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Recensione "Uncharted"

 Di Alessio Grassi, Liceo Tassoni


Non brutto, ma era necessario?


Questa è una domanda che viene da porsi dopo aver visto Uncharted, film diretto da Ruben Fleischer tratto dall’omonima serie di videogiochi realizzata da Naughty Dog.


Partiamo col dire agli occhi di uno spettatore medio che non ha mai approfondito la saga videoludica, questo può sembrare un buon film d’avventura, ma già ad un'occhiata più approfondita si possono notare diversi errori e buchi di trama, nonché incongruenze “confuse” con la storia originale.


Il film inizia con una delle scene più iconiche della saga, ovvero la caduta dall’aereo descritta nel terzo capitolo, per poi tornare indietro di 15 anni ad uno dei primi furti fatti dal protagonista Nathan Drake e da suo fratello maggiore Sam.

Durante il furto, in cui cercavano di rubare una preziosa mappa dell’esploratore rinascimentale Magellano, i due vengono scoperti e il fratello, per non essere preso dalla polizia, scappa, lasciando al protagonista una collana con un anello ed un accendino Zippo.

Cambio di scena di diversi anni nel futuro, dove vediamo Nathan essere un barman che per arrotondare ruba qualche oggetto prezioso alla clientela. In uno dei suoi micro furti, viene notato da un certo Sally, che gli fa una proposta; da qua il film parte sul serio.


Uno dei problemi subito evidenti è il cast, che nella scelta dei due protagonisti ha fatto un buco nell’acqua, bisogna dire calcolato però, in quanto, nonostante il giovane Tom Holland non assomigli per niente all’adulto Drake dei videogiochi, ha comunque una fama che da un punto di vista puramente commerciale sarà di certo utile al film.

Per quanto riguarda la scelta del co-protagonista Sally, Mark Wahlberg si ritrova spesso a sembrare più Drake di Tom Holland stesso.

Nonostante ciò tra i due attori c’è una chimica buona che dà un'aria da Buddy movie niente male, e bisogna dire che nonostante Tom non c'entri quasi nulla con il Drake originale, riesce ad avere un’interpretazione e una mimica del corpo convincenti.


Uno dei grossi problemi del film è il cattivo / i cattivi, piatti e banali, che nonostante svolgano il loro lavoro, non lasciano nulla di memorabile, nonostante Antonio Banderas cerchi in tutti i modi di dare un minimo carisma al suo personaggio, di cui non appena uscito dalla sala ho dimenticato il nome.


Buoni gli effetti visivi che si mantengono su un livello qualitativo niente male, soprattutto a fronte della nomination per un film veramente discreto a livello di VFX come No Way Home.

Un colpo al cuore per gli appassionati sono le soundtrack prese direttamente dal videogioco che si mantengono quindi molto buone.

Il film è costellato di buchi di trama e soprattutto di sceneggiatura che non riesci a spiegarti in altro modo se non con un “è un film, non ci puoi fare nulla”; come oggetti rubati senza nemmeno avvicinarsi. Di fatto nel film, eccezion fatta per Nathan, sembra che tutti riescano a rubare con la sola forza del pensiero, rimanendo anche a due metri dalla persona derubata.


Consiglio di rimanere fino alla fine per la visione di una scena post credit che seppur semplice può strappare un sorriso.


In conclusione, la domanda che assilla gli appassionati non appena usciti dalla sala, è:  “ne avevamo davvero bisogno?”. È un buon film d’avventura ma niente di più, non riesce a restituire le atmosfere del videogioco, che per sua stessa natura implica un’interazione che una pellicola non potrà mai avere.

Unica spiegazione o consolazione, è il pensiero che, come intuibile dalla sigla del nuovo Playstation studio, questo sia solo l’inizio di una lunga serie di adattamenti delle opere targate SONY, nonostante questo apripista non riesca a scrollarsi di dosso lo stereotipo del normale film tratto da un videogioco che attanaglia tutto il genere.





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