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Chiedimi dov’è il vuoto, in un battito spezzato

 

di Davide Caretto

Sento sempre di essere incompleto, di non aver mai finito qualcosa.

Oggi però devo mettere il punto ad un capitolo che, se guardo al Davide di qualche anno fa, non avrei mai pensato di poter scrivere: è un arrivederci al mio ruolo da redattore per Elemento 38.

Siamo plasmati da ciò che leggiamo, da ciò che ascoltiamo, da ciò che viviamo, da ciò che sentiamo di essere. Lasciamo che la mente corrosa dalle chimere dei nostri pensieri costruisca o tagli ponti, apra cancelli o chiuda fili spinati, vesta maschere di carta che colano sotto la pioggia delle verità che ci confessiamo. Sono le ultime parole che lascio echeggiare in questo giornalino, e vorrei che fossero “pure”. Vorrei che fossero parole apollinee che parlano la lingua dionisiaca della nostra interiorità, così timida eppure così vitale. Quelle parole che non si interessano di apparire ma che si preoccupano di essere. Zero riferimenti espliciti ad autori, che tuttavia costituiscono una componente importante di chi sono.

Non ho mai pensato di aver avuto qualcosa di originale da scrivere e, in fondo, nemmeno qualcuno disposto ad ascoltarmi per piacere disinteressato. Non so darvi una motivazione univoca sul perché io abbia cominciato a mettere su carta i miei pensieri, ma sentivo di doverlo fare. Sentivo di avere troppe spade di Damocle appese sopra il cuore e ho sempre vagato cercando ristoro nelle cose o nelle persone: mi tenevo occupato con qualsiasi cosa non accorgendomi del doloroso sospiro del tempo che indisturbato scorreva. Succede però che quando ci ignoriamo, quando fuggiamo da noi stessi, quando diamo per scontato, quando stiamo in silenzio e deleghiamo al tempo il compito di sistemare tutto, i fili che tengono appese le spade cominciano a spezzarsi uno ad uno. Diciamo… per gravità. Tutto comincerà a disporsi secondo un ordine che non abbiamo mai voluto, ma che è il prodotto dell’inettitudine: quella che sterilizza non solo il coraggio di dirci la verità ma anche la forza di cambiare.

Questo accade per la nostra umana caratteristica (e condanna) di far crescere tutto in Arcadia. Un nonluogo in cui l’idealizzazione della nostra mente raggiunge la sua massima espressione. Un nonluogo perfetto in cui tutto è idilliaco e rassicurante. Un nonluogo che innalza sul nostro cervello babeli di illusioni. Un nonluogo che subisce le continue minacce della Realtà. Un nonluogo che dobbiamo avere il coraggio di distruggere, da cui dobbiamo trovare la forza di raccogliere i pochi resti intatti: perché quelli sono veri, perché quelli sono reali. Voliamo con le ali di Icaro per poi cadere nel vuoto delle illusioni spezzate. Ma è dal dolore che impariamo a vivere, che impariamo a conoscerci, che riconosciamo chi e cosa è importante. L’oblio ci serve. Ci serve stare male, ci serve avere ansia, ci serve non riuscire a dormire. Serve mettere sé stessi a rischio.

Scrivere, a tal proposito, è un atto di distruzione estremamente efficace. Mettendo nero su bianco la realtà, incidendo sulle pagine di un essere inanimato i nostri sentimenti, paure, desideri, sogni, delusioni e gioie, si ha l’incredibile potere di distruggere ciò che non è e ciò che non siamo. Si lascia spazio ad una versione apodittica di noi, purificata da ogni giudizio esterno. 

Scrivere dona la capacità di considerarsi esistenzialmente liberi, di nausearsi di una quotidianità kafkiana, di trovare un significato noumenico negli oggetti, nei gesti, nelle parole, nel non detto, di non essere mai soddisfatto, di apprezzare il silenzio, di fare in modo che ogni giorno sia capodanno per lo spirito, di trasformare i “perché?” in “perché no?”.

Di essere spettatori di un sublime naufragio. 




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