Di Vanessa Verzola
È un trauma, quello che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Tutti noi. Ma i giovani? Tutti hanno perso qualcosa, o qualcuno purtroppo, in questo periodo che va avanti da quasi due anni, ma i giovani, che sono “il futuro della società”?
«Quando giorno dopo giorno devi stare lontano dagli amici e distante dagli affetti e magari anche bloccato a casa con qualcuno che usa violenza, l’impatto è importante» ha dichiarato Henrietta Fore, direttore generale dell’Unicef, «Dobbiamo uscire da questa pandemia con un migliore approccio alla salute mentale di bambini e adolescenti e dobbiamo cominciare dando a questa tematica l’attenzione che merita».
Cominciare. È il termine giusto. Sono rare le persone che adesso, mentre hanno una conversazione con qualcuno, tengono in considerazione il fatto che quel qualcuno, come loro, ha vissuto un periodo di pandemia non irrilevante, e magari ha anche avuto conseguenze peggiori. Sono rari i professori che lo fanno, nei confronti degli alunni. Sono rari anche gli alunni che ci pensano, nei confronti dei professori. Ma dobbiamo considerare che alcuni docenti, oltre a dover tener conto di ciò mentre parlano con gli studenti, potrebbero farlo anche mentre assegnano compiti, programmano verifiche, orali e scritte. I bambini e gli adolescenti hanno maggiori probabilità di sperimentare alti tassi di depressione e molto probabilmente ansia durante e dopo la fine dell’isolamento forzato. Si parla di essere tornati a una vita “normale”, ma di normale c’è solo l’orario scolastico. C’è chi è riuscito a superare tutto e sta seriamente ricominciando a vivere come prima della pandemia; purtroppo però c’è anche chi, consciamente o inconsciamente, sta incontrando nuovi problemi legati ad essa, per esempio nel relazionarsi con le persone o nelle capacità di apprendimento. Dunque come può uno studente, che ha affrontato tutto ciò, preoccuparsi soltanto dello studio, dei voti e della scuola? Se una persona non è sana mentalmente, per questa diventa difficile concentrarsi nello studio, e secondo dei dati provenienti da ricerche dell’Unicef, al giorno d’oggi più di un adolescente su 7 tra i 10 e i 19 anni convive con un disturbo mentale, anche senza saperlo.
Hikikomori. Ė un termine giapponese che significa letteralmente “stare in disparte” e viene utilizzato per riferirsi a chi decide di ritirarsi dalla vita sociale per lunghi periodi (da alcuni mesi fino a diversi anni).
Questo fenomeno è sempre più crescente e, durante e dopo la pandemia, è aumentato ancora di più. Non si parla solo delle conseguenze del COVID-19 nell’apprendimento scolastico: ci sono stati anche dei cambiamenti non irrilevanti nei rapporti sociali tra gli adolescenti.
Lo psicologo Marco Crepaldi, direttore e fondatore dell’associazione “Hikikomori Italia”, divide in tre categorie gli hikikomori, in base alla loro condizione: gli hikikomori che stavano cercando di uscirne, quelli al primo stadio e quelli che non provano a uscirne. Probabilmente la situazione dei primi si è aggravata poiché hanno dovuto abbandonare le poche attività che permettevano loro di avere una vita sociale; per i secondi, il lockdown forzato potrebbe aver accelerato il processo di isolamento volontario; i terzi, invece, si trovano in una condizione più grave perché in una tale situazione si sono sentiti quasi “normali”, o almeno simili agli altri, e perciò non meditano un cambiamento.
Si può concludere affermando che è importante riflettere mentre si parla con qualcuno, soprattutto nel 2021: dobbiamo stare attenti a come ci atteggiamo con persone che conosciamo o che non conosciamo, perché potrebbero sembrare le stesse persone che erano prima della pandemia, ma non esserlo davvero. Il COVID-19, per quanto sia un virus minuscolo e invisibile all’occhio umano, ha avuto enormi e devastanti conseguenze su tutti e tutto.
Commenti
Posta un commento