Ore 23:10
Sono in camera, è Pasqua, sono indietro coi compiti, scrivo. O almeno ci provo. Non sono ispirata, mi sento persa, è un periodo strano. Ormai non sono ispirata da un anno, ma scrivo. Mi piacciono le serie tv, più dei film. I film mi piacciono perché mi permettono di staccare dalla realtà per due ore, anche se incessantemente incombono dei pensieri così ingombranti che non posso mai perdere contatto con la realtà che mi circonda, quindi mi autoconvinco di star passando del tempo con me stessa per me stessa. Le serie tv, invece, le guardo perché sono curiosa. Sono curiosa delle persone. Dei volti, dei pensieri, dei movimenti, dei vestiti, dei modi di relazionarsi. La pandemia mi ha privato del “contatto” con le persone sconosciute. Tra i vari corsi frequentati a scuola, i compiti dettati dai diversi incarichi, ho sempre avuto la scusa del restare fuori dalla classe. Spesso quindi mi relazionavo con persone che non conoscevo, per questioni di qualsiasi tipo, e mi piaceva. Mi piaceva perché sono estroversa quando sono fuori casa e introversa, persa, quando sono a casa, e non mi piace stare con le stesse persone per troppo tempo, fatta eccezione per alcune. Guardo le serie tv, perché mi permettono di osservare e ottenere un’introspezione psicologica dei personaggi interpretati. La trama è irrilevante. Negli ultimi tre anni ho visto così tante serie tv che non ricordo un singolo episodio per intero di alcuna di esse. Però le personalità, i gesti, le voci, gli sguardi, li ricordo tutti. Perché in fondo questo è ciò che ci rimane delle persone, l’apparenza, ciò che vediamo. Non serve una memoria fotografica per ricordarci delle persone, basta qualche secondo passato insieme ad esse. Così, tutti i secondi passati con le innumerevoli persone conosciute negli ultimi anni, ma con cui ho scambiato solo poche parole, non saranno mai dimenticati. A cosa serve? A niente. O forse a prendere un pezzo di ciascuna e renderlo parte della mia personalità, una personalità che è in costante mutamento. Tutti siamo in costante mutamento, in base alle persone con cui ci relazioniamo possiamo essere considerati belli, brutti, intelligenti, stupidi, abili o scarsi in qualcosa, taciturni, loquaci. Nel secondo speciale di Euphoria, Jules dice alla propria psicologa di essere un milione di strati di altre persone che ha afferrato e a cui si è aggrappata per tutta la vita, “la me che sta sotto un milione di strati di non me”. Nel primo episodio di The OC, quando Ryan incontra per la prima volta Marissa e quest’ultima gli chiede chi sia, lui risponde “Chiunque tu vuoi che io sia”. Non avrebbe potuto scegliere risposta migliore, perché qualunque cosa noi diciamo, facciamo o pensiamo, per gli altri saremo sempre una persona diversa. Se mi chiamassi Rebecca, avessi cinque amici e qualcuno chiedesse loro “Chi è Rebecca?”, questo si sentirebbe spaesato. Riceverebbe così tante informazioni diverse che gli parrebbe di sentire parlare di cinque Rebecca diverse. Ma va bene, molto meglio così. Almeno, quando non riusciamo a comunicare con qualcuno, possiamo dare la colpa al relativismo conoscitivo e, cercando di salvarci dalla situazione con un po’ di cultura generale che nessuno ha chiesto, alla lanterninosofia. Ma quindi io chi sono? Forse… forse sono l’effetto provocato dalle persone che ho incontrato. Sono un po’ l’effetto di quel bambino che in seconda media mi ha fatto cadere davanti al ragazzo che mi piaceva facendolo ridere, della ragazza che alla materna è venuta a casa mia una volta nonostante non fossimo mai state grandi amiche, del ragazzo con cui parlavo tre anni fa e che appare e scompare a suo piacimento, della ragazza che non conosceva il padre e che con la sua voce cantava della sua vita, del ragazzo che con le sue dita suonava il pianoforte in maniera quasi angelica e mi ha spezzato il cuore. Posso descrivere me stessa solo in relazione alle esperienze che ho vissuto e alle persone che ho incontrato, forse non esiste una vera me, ma non mi importa. L’importante ora è andare avanti, inseguire l’obiettivo, in costante mutamento anch’esso, che ho intenzione di portare a termine minuto per minuto, senza pormi troppe domande. Se mai dovrò ritrovarmi e capire chi sono, ci penserò in futuro, ora posso stare tranquilla e continuare a fare i compiti. Non c’è tempo. - Stop al momento di overthinking di oggi -
Ore 23:56
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