di Giulia Morisi
A chi non piacciono le ultime serate d’estate, quelle lunghe e calde sere di fine settembre, quando ancora alle otto non è ancora buio pesto e si può uscire senza giacca.
Il cielo limpido colorato di quel blu così puro e le fronde degli alberi che costeggiavano la strada di casa, che cominciavano a lasciar cadere le prime foglie e a ricordare che l’autunno era alle porte. Ma ad Elisa cosa poteva importare. Lei aveva solo diciassette anni, aveva ancora una vita intera davanti e cosa poteva fare se non godersela a pieno e divertirsi… Per tutta l’estate aveva alternato festini, serate con gli amici e vacanze al mare con le amiche. Insomma, cosa avrebbe potuto desiderare di meglio. La scuola era cominciata da poco ma non le importava. Ormai era arrivato l’anno più facile di tutti. Si sa che la quinta è la classe più semplice e più veloce. E poi sarebbe passata in un batter d’occhio, forse anche troppo velocemente, e finalmente sarebbe stata libera completamente, libera pure di dare forma ai suoi sogni e realizzare ciò che voleva per la sua vita. Vivere in una città piccola come la sua era carino finché la vita era semplice e ogni cosa era un gioco. Quando si passa tutta la giornata a raccogliere rametti e foglie nel giardino dietro la scuola e la caduta più traumatica della vita è stata quella dalla bici, allora non ci sono grossi problemi.
Però a pochi mesi dalla maggiore età gli interessi andavano ben oltre questo, e avere qualche opportunità in più non le sarebbe dispiaciuto.
Quella però era una sera particolare, una delle ultime che aveva a disposizione per ritrovarsi col suo gruppo di amici nel loro luogo storico, prima che, con l’inizio delle fredde giornate autunnali, ognuno riprendesse la propria routine sfrenata.
Mentre camminava per la strada deserta Elisa osservava lo schermo del cellulare scorrendo velocemente la home del suo Instagram. Lì la connessione era così lenta che ci sarebbero voluti anni prima di ricaricare tutte le notifiche. Peccato, le amiche avrebbero dovuto aspettare qualche oretta prima di ricevere una risposta per il post inviato pochi minuti prima. Con rammarico notò che la batteria non superava il dieci percento, non sarebbe bastato per tutta la sera se non avesse smesso di usarlo.
Cavolo, doveva smetterla di ostinarsi ad usare quello stupido catorcio, ormai era ora di buttarlo, non restava nemmeno più carico.
Stava per riporre il cellulare nella tasca interna della borsetta quando lo sentì vibrare e immediatamente lo estrasse per rispondere, ma la batteria di quel vecchio catorcio aveva deciso di abbandonarla e lo schermo divenne subito nero. Aveva a malapena fatto in tempo ad entrare nella chat e a leggerlo. Era un amico che le mandava un collage di una foto dell’ultima grande serata passata assieme e una delle loro prime uscite .
Rivederla era così divertente e allo stesso tempo commovente. Quasi le veniva la pelle d’oca a pensare a quanto fosse trascorso velocemente il tempo. Quelli che dovevano essere gli anni più belli della loro vita stavano volando via senza che nemmeno se ne accorgessero.
Le sembrava che il cambiamento dalla vecchia alla nuova “lei” fosse avvenuto in così poco tempo: da quando era ancora una timida bimba che giocava alle bambole alla matura e spicciata adulta che stava diventando (anche se sul matura aveva ancora da lavorarci parecchio).
Ogni volta che ripensava al suo diciottesimo compleanno, che era alle porte, le sorgevano sempre più interrogativi e dubbi.
Gli ultimi anni della propria adolescenza li si impiega a sognare quanto possa essere fantastico diventare adulti, a fantasticare sulla tanto attesa festa, sulla patente… e ogni altro genere di sogni. Ma più questo genere di pensieri le si affollavano nella mente e più aumentava la consapevolezza che forse non era tutto così semplice come ce lo si immaginava.
Diventare adulti, che parole strane da ripetere ad alta voce.
Sinceramente non sapeva nemmeno dare una definizione precisa di quelle parole.
Sarebbe significato diventare maturi e saper risolvere tutti i problemi da soli, senza poter contare costantemente sull’appoggio di qualcuno.
Ci si aspettava davvero che lei, dall’oggi al domani, imparasse a diventare autonoma? Davvero sarebbe stata inglobata nel mondo degli adulti e non avrebbe più avuto tempo per le sciocchezze da stupida ragazzina?
Questo era quello che usciva dalla bocca dei cugini che, ormai grandi, vedeva solo alle cene di Natale con la famiglia.
Quante volte si era lamentata delle rigide regole dei genitori e avrebbe preferito non essere sotto alla custodia di nessuno, totalmente indipendente e libera di fare quello che più le piaceva. Immaginava di poter vivere senza regole una volta che sarebbe stata grande.
Ma ora, ripensandoci, anche quell’idea le sembrava mostrare numerose difficoltà e problemi che, finché non ci sei abbastanza vicina, non riesci a pensare e a percepire.
La conclusione?
Forse la ragazza cominciava a non desiderare più in modo così insistente di diventare maggiorenne.
Forse era giusto che il tempo scorresse regolarmente e la cose migliore era godersi ogni singolo istante, finché poteva.
Guardò lo schermo del cellulare per controllare l’ora ma si ricordò presto che ormai era totalmente scarico.
Così continuò a camminare con passo spedito per evitare di arrivare in ritardo per l’ennesima volta. E mentre lei proseguiva il suo cammino, il cielo diventava sempre un po’ più buio, cominciava ad alzarsi quella leggera brezza fresca che annunciava l’inizio di una lunga notte.

Commenti
Posta un commento