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Plastica mon amour-ottobre 2019


di Cecilia Orlandi



Il 1492 viene ricordato indiscutibilmente come l’anno della scoperta dell’America. Ma soprattutto, è l’anno della scoperta del pomodoro!  Provate a pensare a quante leccornie dovremmo rinunciare oggi, al travolgimento passionale che questo frutto dal nome eloquente ha ispirato nell’uomo: esso non viene onorato soltanto nel mondo della gastronomia ma financo nell’arte: Pablo Neruda gli dedica un’ode struggente, Gino Paoli si cimenta a rendergli onore nei suoi testi e così via. Insomma, il pomodoro pare oggi un bene essenziale, la cui inesistenza striderebbe troppo con il vivere quotidiano. C’è però un altro elemento la cui presenza è ai nostri giorni di importanza suprema, tanto da far concorrenza col successo che ha avuto la rossa viscera del poeta spagnolo impostandosi nelle nostre vite: la plastica. Sebbene oggi paia surreale pensarlo, c’è stato un tempo in cui la plastica non esisteva, in cui oggetti ordinari come capi sintetici, bottigliette di plastica, penne a biro e innumerevoli altri  rappresentavano un’irrealizzabile utopia di comodità. Senza contare che l’impiego di materiali plastici si spinge fino ai settori più avanzati, come l’aereonautica e le apparecchiature medicali. Se prima dell’avvento della plastica l’uomo si attrezzava con polimeri naturali (ambra, osso…), in seguito si è raffinato sviluppando sostanze semisintetiche come la celluloide e oggi, al culmine dell’evoluzione tecnologica, primeggiano composti dai caratteri sempre più esclusivi, come la termoresistenza estrema, la capacità di creare filati e la spiccata trasparenza e leggerezza. Un idillio dunque perfetto. Tuttavia, dopo l’entusiasmo iniziale, questo rivoluzionario derivato ha cominciato a mostrare il fianco. Com’è ormai ben noto, la plastica implica problemi di enorme portata nel suo smaltimento. A livello mondiale, la percentuale di plastica riciclata si ferma al 15%; un altro 25% viene incenerito nei termovalorizzatori e il restante 60% si deposita in discarica, viene bruciato all’aperto, producendo così gas inquinanti, o rilasciato nell’ambiente. Ci si potrebbe dunque chiedere perché mai non aumentare le percentuali del riciclo, dato che la creazione annuale di nuova plastica è otto volte superiore a quella riciclata; ebbene, un ulteriore problema sorge proprio in questo frangente. La plastica riciclata può contenere additivi tossici, si ottiene tramite un processo costoso e complesso e viene rivenduta a un prezzo più basso a causa della sua scarsa qualità. Inoltre alcuni prodotti, come le bottigliette d’acqua, sono soltanto monouso e non possono essere riciclati per dare vita ad articoli della stessa tipologia. La salvaguardia dell’ambiente si divide così in due strade: il primo sentiero percorribile e già in parte esplorato consiste nello sviluppare polimeri alternativi alla plastica, biodegradabili e biocompatibili. Grandiosi passi avanti nel settore sono stati compiuti dall’università tecnologica slovacca, che dopo 6 anni di ricerca ha ideato il ‘’Neutan’’, un composto di acido poliacidico e polidrossibutirrato in grado di resistere a temperature di oltre 100 °C senza che ne venga meno l’integrità. Unico lato negativo è il costo di produzione, che rappresenta un handicap non da poco per una distribuzione su larga scala. Rimanendo in tema, anche la start up indonesiana ‘’Evoware’’ si è data da fare in favore dell’ambiente, ed è oggi la protagonista degli esclusivi imballaggi per alimenti a base di alghe, edibili e solubili in acqua calda. E non finisce qui! Una volta sciolti risultano essere addirittura salutari perché, come attestano i suoi creatori, custodisce fibre, vitamine e sali minerali. E come poter non citare il mitico "Ooho",  il progetto avanzato da "Skipping Rocks lab", che con piccole bolle gelatinose, commestibili e pure aromatizzabili è in grado di racchiudere in sé qualsiasi bevanda e rappresentare una valida alternativa al PET.  Assieme al cloruro di sodio, le alghe brune sono ancora una volta le protagoniste di una svolta ambientalista. Trovare polimeri alternativi alla plastica però non è sufficiente: nei nostri mari alberga un’inimmaginabile quantità di rifiuti plastici che necessitano di essere recuperati e smaltiti per limitare ulteriori danni all’ecosistema. Grazie agli scienziati del Kyoto Institute of Technology  e a una successiva collaborazione tra Gran Bretagna e Stati Uniti lo smaltimento potrebbe avvenire in modo rivoluzionario. È stato infatti scoperto un batterio, l’Ideonella sakaiensis, particolarmente goloso di PET, capace di produrre due enzimi per la demolizione della stessa, Petase e Mhetase. Il primo gli permette di frammentare i polimeri agendo al pari di una forbice, il secondo è invece in grado di rompere le catene di PET riducendole alle singole molecole. Le sue prestazioni  necessitano comunque di migliorie: una sottile pellicola di plastica ha impiegato ben 6 settimane per essere demolita del tutto ma questo risultato è comunque straordinario considerando che in natura il processo sarebbe avvenuto in centinaia di anni. Ciò che accomuna tali risultati è però, nella maggior parte dei casi, la difficoltà che incontrano nell’ immettersi sul mercato a causa degli elevati costi di produzione. Il buon senso vorrebbe che fossero i governi stessi a intentare ricerche in questo campo. Tuttavia ciò implicherebbe attingere a una quota considerevole di fondi pubblici. Non è perciò da sottovalutare il coinvolgimento del settore privato, che per sua natura opera nella ricerca al fine di ottenere un prodotto tale da conferirgli un ritorno economico, così come accade nell’industria farmaceutica o nella telefonia mobile. Come però al grande pubblico risulta appetibile un nuovo cellulare, molto meno invogliante parrebbe la commercializzazione di nuovi materiali, presumibilmente anche più costosi, per far fronte ad una piaga che al singolo cittadino sembra spesso distante e poco rilevante. Ben in pochi si rendono conto che la posta in gioco è altissima. La sensibilizzazione a riguardo diventa così un elemento cardine per rendere la popolazione partecipe alla risoluzione del problema. Le scuole, che già hanno messo in atto questo progetto per la raccolta differenziata, d’ora in poi devono avere il compito di fare presa sulle nuove generazioni e coinvolgerle sul tema. Se non si opera ora, ci si potrebbe collettivamente accorgere dell’emergenza fra un po’ di tempo, forse fra qualche anno…ma allora potrebbe essere troppo tardi.

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