di Daniele Bondi
Luigi Pirandello, nato a Girgenti (Agrigento) nel 1867 e morto a Roma nel 1936, è stato senza dubbio uno fra i maggiori scrittori del periodo fra la fine del 1800 e l’inizio del 1900. Egli fu infatti capace di rivoluzionare svariati ambiti letterari (tra cui, in particolare, quello teatrale) con le sue opere e le sue teorie. L’originalità delle riflessioni è difatti ciò che rende la sua produzione interessante, attraverso un soffermarsi costante sulla condizione sociale dell’uomo a lui contemporaneo. La società di inizio novecento, in cui lui visse, stava attraversando una fortissima crisi, sia a livello ideologico, che a livello economico. All’epoca, tutte le certezze scientifiche e filosofiche erano state messe in discussione da nuove scoperte che avevano portato ad una concezione soggettiva e relativa del reale, il quale sembrava non avere più certezze assolute. Contemporaneamente, molte classi sociali stavano attraversando un periodo di difficoltà e di degradazione, sia economica che psicologica. I piccoli borghesi e gli appartenenti alla classe media erano infatti obbligati a svolgere lavori poco redditizi e per nulla stimolanti, i quali racchiudevano in sé un grigiore ed una monotonia che portava all’abbruttimento intellettuale di coloro che li svolgevano. Per Pirandello, l’individuo era imprigionato dalla società in una soffocante combinazione di trappole, le quali erano costituite prevalentemente dalla famiglia e dal lavoro. Nei suoi testi la persona veniva sempre costretta ad assumere un ruolo limitato e definito, come se indossasse una maschera, necessaria per creare l’intesa civile e sociale. Il tema della maschera è riscontrabile costantemente negli scritti pirandelliani, ed in particolare nei suoi romanzi più famosi, come “Il fu Mattia Pascal” ed “Uno, nessuno e centomila”. Proprio il primo fra questi offre degli spunti di riflessione notevoli. “Il fu Mattia Pascal” si concentra sul personaggio di Mattia Pascal, ma crea curiosità nel lettore proprio per questo titolo. Nel 1800 era difatti cosa comune chiamare un romanzo come il suo protagonista, basti pensare a “Teresa Raquin” di Emile Zola, a “Jane Eyre” di Charlotte Bronte o a “David Copperfield” e ad “Oliver Twist” di Charles Dickens. Tuttavia, nel caso del romanzo di Pirandello, il nome è preceduto dalle parole “Il fu”, le quali alludono apparentemente al decesso del personaggio. In realtà, le vicende legate al personaggio di Mattia Pascal si rivelano essere ben più complesse, dato che, sin dalle due premesse anteposte all’opera, si scopre che l’identità del narratore è proprio quella di Mattia Pascal stesso, il quale, su consiglio del suo amico Don Eligio Pellegrinotto, ha deciso di narrare la storia della sua duplice morte (in realtà solo presunta). Il protagonista viene infatti creduto morto in ben due occasioni nel corso del romanzo. La prima volta egli scappa di casa, senza avvisare nessuno, per recarsi presso il casinò di Montecarlo e cercare fortuna. Guadagna molto giocando d’azzardo, ma, sulla strada del ritorno, scopre che un cadavere ritrovato morto in un mulino è stato scambiato per lui. Mattia allora decide di liberarsi da tutte le sue maschere e di assumere una nuova identità, quella di Adriano Meis, con la quale viaggia per l’Europa. Quando tuttavia egli capisce di non essere davvero libero perché realizza che, non essendo Adriano Meis una persona realmente esistente, non può possedere nulla o legarsi stabilmente a qualcuno, allora decide di fermarsi a Roma. Lì conosce Adriana Paleari, una ragazza di cui si innamora, ma che poi lascia quando non riesce più a sopportare il fatto di non poter avere dei diritti in quanto persona non realmente esistente. Inscena quindi il suicidio di Adriano Meis, lasciando una nota e la sua giacca su un ponte sopra il Tevere. Dopodichè, egli torna al suo paese per scoprire che sua moglie si è risposata e ha avuto una figlia. Perciò, Mattia decide di non dichiararsi vivo pubblicamente e va a vivere con don Eligio Pellegrinotto nella biblioteca del paese. Da quel momento egli aderisce completamente alla vita e si libera dalla forma e da ogni maschera. Mattia diventa quindi una sorta di forestiere della vita, il quale non ha più vincoli, ma, per non averli, deve emarginarsi dalla società e guardare il mondo dall’esterno. Mattia Pascal, alla fine, riesce quindi ad affrancarsi dalle trappole che lo opprimono ed a sottrarsi alla società decadente dell’inizio del novecento. Il passaggio più significativo dell’opera è sicuramente il seguente:
“Oreste sentirebbe ancora gl’impulsi della vendetta, vorrebbe seguirli con smaniosa passione, ma gli occhi, sul punto, gli andrebbero lì, a quello strappo, donde ora ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena, e si sentirebbe cader le braccia. Oreste, insomma, diventerebbe Amleto. Tutta la differenza, signor Meis, fra la tragedia antica e la moderna consiste in ciò, creda pure: in un buco nel cielo di carta.”
La battuta viene pronunciata da Anselmo Paleari, il proprietario della pensione presso cui alloggia Adriano Meis a Roma, in occasione di una rappresentazione della tragedia “Elettra” di Sofocle realizzata con le Marionette. Paleari si immagina che Oreste, il fratello di Elettra, sul punto di vendicare la morte del padre Agamennone con l’uccisione della madre, venga distratto da uno strappo nel cielo di carta retrostante i burattini. Questo lo farebbe dubitare delle sue certezze e lo renderebbe impotente e tormentato dall’ incertezza, esattamente come Amleto, l’archetipo dell’eroe shakespeariano divorato dal dubbio e dall’indecisione, il quale non riesce a compiere con risolutezza degli atti tragici. Questa immagine riflette l’alienazione dell’uomo moderno, le cui certezze indubitabili sono crollate e che quindi non sa più a cosa appoggiarsi. Per questo motivo, l’uomo contemporaneo a Pirandello è incapace di compiere grandi gesti ed è bloccato dall’inettitudine, specie se è un intellettuale le cui convinzioni sono decadute totalmente. Il tema della distanza dell’uomo moderno dall’eroe tragico fu ripreso pochi anni dopo “Il fu Mattia Pascal” (che fu pubblicato nel 1904) da “The love song of J. Alfred Prufrock” di Thomas Stearns Eliot (pubblicato nel 1917). In tale poesia però, Eliot afferma che l’uomo moderno è distante persino da Amleto, il quale, pur essendo assillato dall’incertezza, riesce comunque a portare a termine le sue azioni tragiche. L’individuo novecentesco è tormentato dal dubbio come Amleto, ma, al contrario del personaggio shakespeariano, non sa risolversi a fare nulla. Questo tema è estremamente attuale perché riflette una condizione sociale ancora più accentuata attualmente. La civiltà contemporanea è sommersa da un progresso ormai inarrestabile, il quale ha un ritmo talmente frenetico da alienare le persone. Qualsiasi scoperta o prodotto culturale viene immediatamente superato da nuove invenzioni o da nuove proposte e risulta obsoleto. La cultura coeva è sovrabbondante, sia a livello umanistico che a livello scientifico, e la ricerca è talmente veloce che spesso si riescono a realizzare imprese ritenute irrealizzabili fino a poco tempo prima. In questo clima, l’uomo non ha più certezze su cui contare e prova una sorta di straniamento, il quale lo immobilizza nel dubbio. Questa condizione è propria soprattutto degli intellettuali, i quali non hanno più un ruolo definito in questo mondo basato sull’ambito pratico, in cui le cose vengono valorizzate a seconda della loro utilità. In quest’ottica, la riflessione di Pirandello si carica di significati nuovi e sorprendenti. L’affrancarsi dalle convenzioni sociali e dalle maschere imposteci può infatti essere visto come un modo per ripristinare quella condizione risoluta dell’uomo tragico. L’uomo non deve conseguentemente permettere alla società di bloccarlo in una condizione fissa, ma deve essere predisposto al cambiamento, il quale lo rende libero. Questo potrà permettere un’evoluzione in senso positivo dell’individuo, che riscoprirà valori naturali e spontanei, anche a costo di affrontare la disapprovazione sociale. Questo è, secondo Pirandello, il prezzo per aderire completamente alla vita, andando anche controcorrente e cercando di trovare la propria dimensione.


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