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Noi, la pioggia, nient'altro-dicembre 2019


di Giulia Morisi

Il treno per Milano partirà tra non meno di due ore. Questi ritardi... 

La stazione di Roma Nord è troppo caotica, preferirei passarci il minor tempo possibile. Mentre trascino la valigia riesco a intravedere poco distante una panchina vuota. Peccato che, arrivata, noto che dovrò condividerla con un ragazzo. Pazienza, speriamo sia silenzioso.

Mi siedo e lo osservo con la coda dell’occhio.

Più i secondi scorrono e più mi guardo intorno come spaesata. Non ho nessuno a farmi compagnia e mi toccherà passare tutta questa interminabile attesa da sola. Non posso che prendere fuori dalla tasca della giacca le mie cuffie e far partire a tutto volume la mia playlist preferita. 

E intanto, perché no, potrei anche raccontarvi di quel giorno.


“Ci troviamo a fine estate, quando Roma ricomincia ad essere caotica. Alcuni cominciano la scuola, altri ritornano dalle ferie; solo noi universitari abbiamo ancora un po’ di riposo prima che ricominci la routine che alterna lezioni interminabili ed esami.

Quel pomeriggio era toccato a me controllare i gatti dell’anziana amica di mamma, che ormai da qualche mese era in ospedale. 

Uscii e mi chiusi la vecchia porta alle spalle; il rumore rimbombò in tutto l’androne della casa.

Sentii qualche goccia fredda cadermi sulla spalla e subito guardai verso l’alto, convinta che qualche sbadato inquilino non avesse centrato a pieno il vaso dei fiori del balcone.

Ma con sconforto notai che a bagnarmi erano state gocce di pioggia, che avvertivano la città dell’imminente acquazzone.

Casa non distava più di quindici minuti da lì, ma preferii trovare un riparo anziché essere sorpresa dal forte temporale.

Costeggiai il palazzo e svoltai a destra raggiungendo la via principale del quartiere.

Era un via e vai di persone che cercavano riparo nelle verande dei bar e famiglie che correvano per raggiungere la metro.

Io invece volevo ripararmi in un posto preciso, sicura che lì non avrei ricevuto gomitate nello stomaco né pedate sulle scarpe nuove. Era un piccolo vicolo cieco, protetto dal terrazzo della casa affianco. Mi ci portava sempre il mio fidanzato, lì, lontani da occhi curiosi.

La pioggia cominciò a diventare sempre più violenta e i tuoni non si fecero aspettare. Dovetti cominciare a correre,  stringendo la borsa al petto. Attraversai la strada principale e corsi verso la stretta scalinata di pietra che mi portò su una via secondaria. Ero quasi arrivata, non potevano mancare più di tre metri. Costeggiai il muro dell’edificio sulla sinistra cercando di proteggermi sotto i tetti delle case e mi imbucai nel vicolo cieco. Finalmente mi fermai e presi fiato. 

Quando mi girai ero sbigottita. 

Il mio ex-ragazzo era lì. 

Era da più di tre mesi che avevamo volutamente perso qualsiasi contatto, e ora ci ritrovavamo entrambi bloccati in quel luogo. 

La nostra rottura non era stata delle migliori e le ragioni erano le più svariate.

Forse il destino voleva darci un’ultima possibilità per risolvere la questione…

Mi andai a sedere sulla panchina, affianco a lui, e restammo qualche istante fermi ad osservarci.

Me lo ricordavo esattamente nello stesso modo. I suoi lineamenti, gli occhi luminosi, i capelli spettinati e poi quelle labbra.

Finalmente eravamo pronti ad affrontare la questione da persone mature.

Spostò la mia borsa e la appoggiò alla fine della panchina. Lo guardai fisso tentando di trovare le migliori parole per iniziare, ma mi lasciò a bocca aperta. 

Allungò delicatamente un braccio sulla mia schiena e lo portò fino alla spalla, poi mi strinse forte e mi fece sdraiare sulle sue gambe. Mi sentivo protetta come non mai. 

Cominciò ad accarezzarmi dolcemente il braccio. Pian piano il suo tocco delicato salì. Dalla spalla passò al collo e poi al viso. Mi accarezzò la guancia e mi scostò leggermente i capelli. Lo faceva in modo così dolce e caldo che il freddo che c’era fuori era trascurabile. 


Avrebbe potuto continuare in eterno. La situazione era così particolare che non riuscii a reagire. Forse perché in realtà il mio cuore voleva restare.

Mi ricordava uno di  quei tanti momenti passati assieme prima del nostro litigio.

Il suo tocco era tanto rilassante che chiusi gli occhi e fui trasportata in un universo parallelo. Lì non esisteva la cognizione del tempo. Ogni volta che provavo a capire che ora fosse mi sembra di essere lì da tantissimo, ma allo stesso tempo da niente. 

E’ una sensazione davvero complicata da descrivere. 

Pian piano gli occhi mi si chiusero, ma non perché fossero stanchi e pesanti. Li chiusi per calarmi a pieno nell’atmosfera.

Mi girai verso il suo petto, lentamente, e sorrisi. 

Un sorriso sincero e pieno d’amore. 

Mi piaceva davvero tanto la situazione in cui mi ero ritrovata improvvisamente.

Rimanemmo così ancora. Io e lui.

Io sdraiata su di lui.

Non sentivo nulla, c’era così tanto silenzio.

Continuò a tenermi stretta al suo petto e a coccolarmi.

Non aveva fretta.

Non voleva bruciare il momento.

Sembrava non volesse lasciarmi andare per nessun motivo. Come se temesse che qualcosa potesse ferirmi e lui voleva proteggermi.

Lentamente mi prese la mano e la unì alla sua. Poi la baciò. Come per farmi capire che da quell’istante saremmo stati una cosa unica. Lo fece delicatamente, me lo godetti tutto.

Mentre spostava i capelli bagnati dal mio viso si fermava ad accarezzare la fronte.

Faceva tutto con un’estrema delicatezza, come fossi il suo diamante più raro.

Poi un bacio sulla fronte, un altro poco più in basso e poi un altro. 

Piano scese fino all’estremo del labbro. Poi successe.

Magico.

Non trovo parole per descriverlo diversamente. Non voglio usare quelle sbagliate, poi si sciuperebbe.

Avrei voluto rimanere in quella situazione per sempre. 

Noi, la pioggia, nient’altro. Ci bastavamo così.

Ogni volta ripensarci è un misto di gioia e pianto. Commozione ed emozioni irrefrenabili.

È gioia pura.

È il miracolo dell’amore.”

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