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La pericolosità del leader-dicembre 2019


Come la figura del capo porta a odiare o amare un pensiero, buono o cattivo che sia


di Federico Migliori

«Non appena un certo numero di esseri viventi sono riuniti […] ricercano d’istinto l’autorità di un capo, un trascinatore» così diceva Gustave Le Bon nel suo saggio “Psicologia delle folle”. Effettivamente un leader riunisce sotto un’unica effigie, che sia un’ideologia politica, etica o religiosa, una larga fetta della popolazione. 

Lo stratagemma è banale, pur assumendo forme diverse, perché fa leva sull’istinto, su di una caratteristica tipica di molte specie. Come noi, umani, ricerchiamo una guida, allo stesso modo i lupi, per esempio, inseguono un capobranco. Il leader diviene così importante da personificare, se non sostituire, l’idea di cui si fa portabandiera. Un caso furono le elezioni spagnole del 2014, quando una domanda ricorrente era “Come si chiama il partito del coleta?”. Il coleta, o codino, era il soprannome di Pablo Iglesias, leader di Podemos. Il partito era nato solo sei mesi prima delle elezioni europee, ma, nonostante questo, ottenne un sorprendente 8%, ovvero cinque parlamentari, preludio dell’ascesa futura ai vertici europei. Podemos ha funzionato perché era nel posto giusto al momento giusto con la guida giusta. 

La politica, per racimolare consensi, prende spunto dall’umore popolare e ne assume le idee come fossero bandiere. Un esempio nostrano sono i 5stelle, legati al mondo “NoVax”.

Quando si parla di populismo la guida è fondamentale. Un duce, latino e italiano, cavalca l’onda del malcontento per capitalizzarvici sopra. Mussolini rappresentò il sentimento dei “cent’anni di bastone” che dal tempo di Caporetto arieggiava non solo nel Regio Esercito (ne parlò lo stesso Cadorna), ma anche nella popolazione, specialmente la borghesia. Matteo Renzi plasmò, a suo tempo, il Partito Democratico secondo i suoi standard, ridimensionando le figure al suo interno e spostandolo verso il centro dell’emiciclo parlamentare, ancora più vicino alla Democrazia Cristiana che alla Sinistra Storica. Di conseguenza la sua uscita dal partito verderosso non ha sorpreso il pubblico. Ancora più eclatante fu l’opera grandiosa del suo omonimo Salvini che ampliò la base elettorale della Lega eliminando il sostantivo “Nord” dal simbolo e alterandone, virtualmente, i valori fondanti. Da Padania a Italia. E la gente vota. Inconsapevole, vuoi per ignoranza, vuoi per intenzione. Il medesimo discorso si può applicare a Hitler, Napoleone, Robespierre, Cromwell, Orbán, Trump, Johnson e altri innumerevoli leaders che, abilmente, forti del consenso, piegarono le istituzioni repubblicane e fomentarono le masse.


In questo momento è impensabile non nominare Greta Thunberg, la paladina dell’ecologia e fondatrice del movimento Fridays For Future. Una sedicenne è riuscita a unire, e dividere, un numero impressionante di persone sotto la sua immagine e la sua idea. L’ecologia è passata in secondo piano. Lei è diventata l’ecologia. Ed essendo Greta una ragazzina può suscitare antipatia o simpatia coi suoi modi di fare. 

La pericolosità del fenomeno trattato è tangibile proprio con questa ragazza: i sentimenti verso la sua persona sono i medesimi verso l’ecologia. Lei, ora, è l’ecologia. Questo porta una larghissima fetta della popolazione mondiale a non agire, non preoccuparsi dei cambiamenti climatici e dei fenomeni che da essi derivano. Lo stesso accade in politica, ignorando inconsapevolmente non ideologie, ma principi e diritti, etici e civili. Rischiamo di crollare, come stato e civiltà, da un momento all’altro. Come ricorda Le Bon «La plebe è regina e i barbari avanzano. La civiltà può sembrare ancora splendente poiché conserva la facciata esteriore, ereditata da un lungo passato, ma in realtà è un edificio roso dai tarli che non è più sostenuto da nulla e che crollerà al suolo prima della tempesta». 

La dimostrazione di quanto sia forte il nostro legame con un leader la si ha avuta il 26 ottobre 2019, giorno in cui i Marines statunitensi, in un blitz, confermarono la morte di Abu Bakr al-Baghdadi, califfo del sedicente “Stato Islamico”. Pensare che un’organizzazione crolli sotto il peso del suo leader è come credere che il mare finisca all’orizzonte: si pecca di ingenuità e, peggio, si sottovaluta il nemico. È una novità? Assolutamente no, lo stesso accadde con Osama bin Laden, ma come sempre la storia è maestra e l’umanità il suo alunno più ottuso.

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