Chi, pensando al kung fu, non si figura le strabilianti imprese acrobatiche di Bruce Lee? La produzione cinematografica ha indubbiamente giocato a favore della divulgazione dell’antica arte marziale cinese, e in generale di altre divenute altrettanto celebri come il judo o il karate, pur esasperando teatralmente le prestazioni dei lottatori. Così, anche riducendo le proprie conoscenze a sprazzi di indefinita vaghezza, chiunque si orienterebbe sentendo parlare del tanto romanzato mondo del combattimento orientale.
Insomma, la convinzione di essere, chi più chi meno, al corrente della natura delle arti marziali è indiscutibilmente diffusa. Eppure, “Povero pazzo”, direbbe Goethe, “che stimi tutto così poco solo perché sei così piccolo”: nessuno, se non gli stessi praticanti, sulle cui spalle perseverano anni di esperienza e disciplina, può dirsi davvero conoscitore di un’arte marziale. State pensando ai sopracitati metodi di combattimento come a scrigni di mirabolanti esecuzioni, urli in lingua orientale e calci in volo? Sappiate che non c’è concezione più erronea e commerciale.
La spiritualità intrinseca in queste arti viene spesso messa da parte e declassata a semplice sfondo e alle volte nemmeno percepita. Certo, si potrebbe obiettare che si deve disporre di parecchia inventiva per scorgere qualcosa di tanto nobile in tecniche di strangolamento o disarticolazione: a differenza di certi sport da combattimento però vigono principi cardine che mai vengono persi di vista dagli esecutori e che sono presenti financo in quelle performance all’apparenza brutali. L’arte marziale è prima di tutto amicizia, rispetto: l’avversario non è mai considerato un nemico e a suggellare il criterio vi sono gli inchini, un cerimoniale dall’inaspettata profondità. Nonostante le differenze di grado e di ruolo, questi ossequi non sono mai unidirezionali: perfino il maestro si inchina dinnanzi all’allievo, dando prova di un’umiltà su cui finisce per fondarsi il proprio intero stile di vita. Un altro concetto basilare è l’equilibrio, sotto svariati aspetti: esso consiste nella piena consapevolezza di sé, della sintonia tra la mente e le proprie movenze ma al contempo è anche dosare la giusta forza con la grazia, la crudezza con l’eleganza; è il controllo di un’aggressione in difesa personale, fondamentale al fine di essere decisivi ma non violenti. In pratica, come enuncia Orazio, “est modus in rebus”. Ogni gesto è frutto di un secolare tramandamento e di una precisa, seppur alle volte inconsapevole, conoscenza anatomica: una tecnica ricercata è il risultato di studi approfonditi dai maestri del passato e la storia si intreccia alla leggenda, come nel caso del racconto concernente l’origine delle tecniche di proiezione. Si narra infatti che fu un medico giapponese in viaggio in Cina che ne ebbe per primo l’idea, osservando come i salici si piegassero sotto il peso della neve per poi rialzarsi, una volta lasciata cadere al suolo, grazie alla loro flessibilità. Da questo si può ben comprendere il significato della parola judo, “via della cedevolezza” e dell’antica difesa personale dei samurai, il ju jitsu, ovvero “la dolce arte”, arte marziale millenaria e progenitrice del judo ma di cui spesso la cultura di massa è tenuta all’oscuro. Nonostante definire con parole tanto lievi uno stile caratterizzato da una spietatezza di precisione chirurgica possa sembrare un ossimoro, la definizione ci indica che esso non si basa sulla forza bruta bensì sugli squilibri, sullo sfruttamento della posizione altrui e su elaborati giochi di leve che pur richiedendo poco sforzo producono effetti devastanti. Questo principio è il medesimo che ha ispirato la costruzione di strumenti moltiplicatori di forza, ad esempio i trabucchi, magnifiche e terribili macchine da guerra del mondo antico. È riduttivo però limitare un’arte marziale al solo combattimento e i monaci taoisti, più di tutti, lo testimoniano nella pratica del kung fu. Quest’ultimo infatti esprime il raggiungimento di una grande abilità in un determinato ambito: la stessa dedizione di un lottatore, in questi termini, può essere condivisa da un esperto e navigato artigiano. È così che anche un panettiere, nell’affinamento della sua tecnica, nei suoi anni d’esperienza, ha il suo kung fu.
L’apprendimento di questi aspetti più reconditi viene acquisito dopo un lungo percorso di applicazione e sacrificio, ma anche di consapevolezza che il percorso di un artista marziale non è mai finito: la cintura nera non è un punto di arrivo ma solo la fine dell’inizio.
Oggi le antiche tradizioni, purtroppo, vanno perdendosi. Le arti marziali vengono ritenute sport, i praticanti atleti e i maestri istruttori. È doloroso pensare all’irrispettoso declino avvenuto nel presente: un tempo, nella rigida e gerarchica società giapponese, il ruolo dei maestri era riconosciuto di tal rilievo che questi erano gli unici a potersi non inchinare dinnanzi all’imperatore. Il valore dell’arte marziale, affinché sopravviva al di là delle pure tecniche di lotta, grida e prega di essere tramandato: e quale miglior testimone, se non colui che decide di intraprendere il loro percorso, può tenerne vivo lo spirito?


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