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In mare aperto-aprile 2020


di Lorenzo Calandra

Cari Tassoniani eccomi tornato sulle pagine del nostro amato Elemento 38; nei numeri scorsi non ho scritto articoli a causa dello studio e altri impegni pomeridiani che mi hanno rubato tutto il tempo a disposizione… 

Nonostante ciò ora sono qui per rimediare e per portarvi a riflettere su un fenomeno inusuale che è entrato nella vita quotidiana di noi cittadini italiani qualche mese fa, più precisamente giovedì 14 novembre 2019 a partire da Piazza Maggiore a Bologna; un gruppo di quattro ragazzi ha deciso di organizzare un flashmob per contrastare la continua propaganda politica del nostro ex-ministro dell’Interno Matteo Salvini che stava tenendo un comizio in un palazzo vicino, a favore della candidata leghista alle elezioni in Emilia Romagna, Lucia Bergonzoni. I ragazzi hanno creato un evento su Facebook chiamato “6000 sardine”, invitando i bolognesi a scendere in piazza: la sala del Paladozza occupata da Salvini aveva capienza massima di 5570 persone, perciò è stato scelto il numero 6000, per superare le persone che avrebbero partecipato al comizio, sperando di dare un messaggio di speranza all’altra “parte”, alla sinistra silenziosa e impotente, dicendo “noi, cittadini, ci siamo, siamo pronti a sostenervi; ora dovete essere voi a fare il resto”.  Un semplice post su Facebook, complice forse anche il passaparola fra amici, è stato in grado di far scendere in piazza ben 15 mila persone, più del doppio di quanto auspicato dai quattro amici: da quel momento in poi la fiammella della speranza si è riaccesa e si è spostata in altre città dell’Italia, prime fra tutte Modena, poi Torino, Firenze, Roma, Napoli e così via.

Il 21 novembre il movimento si è anche dotato di un primo manifesto, “Benvenuti in Mare Aperto”, in cui vengono elencate le loro idee e viene dichiarata “guerra” al populismo tipico della destra degli ultimi anni. Le “Sardine” hanno proprio questo scopo, quello di dare un messaggio diverso rispetto a quelli di odio e di violenza che spesso ci vediamo sparati addosso sui social e che senza accorgercene diventano parte del nostro pensare comune. Non hanno scelto a caso il nome del movimento: “Sardine”. Sono tante, sono piccole, sono strette in piazza ma stanno in silenzio: non c’è nessuno che urla, nessuno che vuole imporsi sugli altri, non c’è spazio, si può solo stare in silenzio e ascoltare; questo non vuol dire che non si possa dire la propria, ma al contrario solo se tutti gli altri ascoltano si può portare avanti un discorso e un dibattito costruttivo che non sia costituito dai soliti 4 slogan violenti e che spesso riecheggiano di echi del passato che sarebbe meglio lasciare sepolti. Nessun partito è rappresentato, nessuna bandiera viene alzata nei loro raduni (se non bandiere universali come quella della pace) ma solo tante sardine di cartone, disegnate, di metallo e chi ne ha più ne metta, che sventolano per dare un messaggio nuovo, che da tempo la comunicazione attraverso i social media ha sotterrato, un messaggio di pace e fratellanza e soprattutto di ascolto, senza alcun tipo di pregiudizio. 

Penso che il fenomeno delle Sardine sia qualcosa che possa far riflettere tutti noi sul nostro ruolo di cittadini italiani e europei, a prescindere se si è d’accordo con il merito della loro protesta: le Sardine, e almeno questo bisogna riconoscerlo, hanno risvegliato nella popolazione la voglia di scendere in piazza e dire la propria, senza per forza doversi adattare a un simbolo di un partito e senza doversi nascondere dietro lo schermo di un cellulare. Grazie a loro molti giovani hanno capito che non sono solo pedine nelle mani dei potenti del mondo ma che come dice la nostra Costituzione, la sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei diritti della Costituzione. Grazie a loro l’affluenza alle urne per le elezioni regionali in Emilia Romagna è stata del 67%, quasi il doppio delle elezioni scorse, perché hanno fatto capire che il voto di ognuno di noi è importante e che quello di poter votare è un diritto che è stato ottenuto con il sangue e la fatica dai nostri antenati.

La storia di queste sardine che si sono improvvisate pescatrici di uomini (o meglio, di altre sardine) mi ricorda molto una storia che mio padre mi raccontava da bambino: “C’era una volta un pesciolino di nome Guizzino; era l’unico di tutta la sua famiglia ad essere nero e non rosso e nuotava più veloce degli altri. Un brutto giorno arrivò un grande pesce cattivo che mangiò tutti i pesciolini rossi, tranne Guizzino, che riuscì a fuggire. Girovagando per il mare vide un sacco di cose belle e interessanti, finché incontro un’altra famiglia di pesciolini rossi, che viveva nascosta tra gli scogli per paura dei grandi pesci cattivi. A questo punto Guizzino decise che era giunto il momento per cambiare le cose, non ci si poteva continuare a nascondere. Così ebbe un’idea e disse a tutti gli altri pesciolini di nuotare vicini vicini, ognuno al proprio posto; lui avrebbe fatto l’occhio. Così i pesciolini iniziarono a nuotare nel mare aperto e uniti riuscirono a scacciare i grandi pesci cattivi”. Una domanda però mi è sempre rimasta, fin da quando ero un bambino: chissà che pesciolini erano da essere così intelligenti… chissà non fossero anche loro sardine?

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