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Donna schiava per natura-aprile 2020


Storia brevissima della condizione femminile e delle possibili cause a monte della disparità di genere

di Federico Migliori

Il divario fra i due sessi, maschile e femminile, è una questione spinosa. Attualmente l’umanità, o meglio, le società in cui questo problema non solo è presente, ma è anche sentito, si nascondono dietro il sottile velo della parità di genere, forzando il fatto che il concetto che uomini e donne siano uguali sia stato accettato ed assimilato. Sappiamo benissimo che si tratta di una falsità. 

Partiamo dalle gerarchie: ogni società (d’ora in poi, per pure esigenze stilistico-lessicali, utilizzerò i termini “società” e “culture” come se avessero significato analogo), nel corso della storia, ha adottato un sistema gerarchico basato su alcune caratteristiche individuali. Per esempio, la razza era particolarmente importante per gli antichi greci, infatti usavano chiamare barbaro (βάρβαρος) ogni straniero, ovvero coloro che non erano greci, non parlavano la lingua greca e non rispettavano i modi greci. Altre società utilizzarono lo stesso concetto: dall’Italia medioevale, agli Stati Uniti del XX secolo. Non bisogna però considerare la razza come un concetto universalmente accettato. Nell’Impero Ottomano del 1500 non vi era infatti questa distinzione, anzi, gli immigrati stranieri erano bene accetti, lo stesso nell’Olanda del 1600. Esiste poi la casta, questione di vita o di morte nell’India medioevale, e ancora oggi molto sentita nelle regioni meno sviluppate del sub-continente indiano, profondamente attaccate alle antiche tradizioni, oggi considerate prettamente rurali.

Ma l’unica, la sola gerarchia di suprema importanza, universalmente accettata ed assimilata è quella di genere. Ovunque nel mondo, dalla nascita dell’universo ad oggi, le genti sono divise fra uomini e donne. E dove questa divisione ha attecchito, quasi sempre l’uomo ha vinto sulla donna.

Che sia colpa della religione lo si può escludere. Già a partire dalle religioni animiste, le prime comparse sul pianeta, la donna era discriminata. Le religioni politeiste non hanno apportato cambiamenti, se non quello di includere le donne nella cerchia delle divinità. Lo stesso vale per il cristianesimo, la prima vera religione universale (a differenza dell’ebraismo, che è considerata religione locale) e missionaria, che incluse nella sua cerchia di santi molte donne, spesso eredità di dee appartenenti al culto politeista, vedasi Santa Brigitta in Irlanda. Anche l’islam, checché se ne dica, non ha mai, come religione in sé, discriminato la donna. Almeno non più di quanto abbia mai fatto il cristianesimo. 

Le leggi “sacre”, il Deuteronomio e la Sharia, sono infatti adattamenti di norme consuetudinarie già presenti sul territorio in cui sono nate. La presenza di vari testi antecedenti alla comparsa delle grandi religioni monoteiste ne è prova.

Esiste un testo antico, cinese, risalente al 1200 a.C., costituito da ossa oracolari (usate per divinare il futuro) che recita così: “Sarà fortunato il bambino che la signora Hao porta in grembo?(1)”. La risposta non si fa attendere. Il testo spiega che se il pargoletto nascerà in un giorno ding sarà fortunato; se nascerà in un giorno geng, molto fortunato. Noi sappiamo che la signora Hao partorì, tre settimane dopo, in un giorno jiayin una dolce femminuccia: sfortunata. La stessa società cinese, sotto il regime comunista, con la politica del figlio unico, dovette fronteggiare un’ondata di infanticidi. Molte famiglie preferivano uccidere la figlioletta appena nata per avere una seconda possibilità e partorire un maschio.

La Bibbia, in questo caso, ci fornisce uno spunto interessante del concetto di “essere donna” che vale ancora oggi in diverse culture, decretando che: “Se un uomo trova una fanciulla vergine che non sia fidanzata, e l’afferra, e si giace con lei, e sono sorpresi, l’uomo che s’è giaciuto con lei darà al padre della fanciulla cinquanta sicli d’argento, ed ella sarà sua moglie, perché l’ha disonorata; e non potrà mandarla via per tutto il tempo della sua vita(2)”. Una simile affermazione comporta il concepimento della figura femminile come una proprietà dell’uomo. D’altronde, investigando un poco sull’origine del termine emancipazione si può facilmente trovare che esso deriva dal latino emancipatio -onis, usato soltanto per affrancare gli schiavi. Non a caso l’Iliade si apre con una disputa fra Achille e Agamennone per il possesso di una donna catturata in battaglia, donna che dovrà fare da serva ad uno dei due principi guerrieri. Ora, il fatto di concepire la donna come oggetto è un’idea ancora attualissima. In India, per esempio, la legge considera lo stupro come una violazione di proprietà nei confronti di un eventuale marito della donna o, in mancanza di questi, verso il padre della giovane. Inoltre, sempre in India, lo stupro coniugale non è ancora un reato penale. Vi sembra che questo tipo di delitto sia inconcepibile o, addirittura, antitetico? Sono i condizionamenti di una società patriarcale, una società in cui si pensa che il marito abbia totale controllo e possesso della moglie. 


Nell’Impero Romano non esisteva il reato di stupro, non esisteva nemmeno il concetto di violenza carnale verso una donna. Nell’Inghilterra medioevale, dove lo stupro divenne reato capitale nel 1285, i giudici e i magistrati erano sempre riluttanti nel condannare un uomo poiché le donne erano viste come tentatrici: meritavano lo stupro, lo ricercavano. Solo qualche anno prima Federico II di Svevia, nel 1231, nel Regno di Sicilia, aveva promulgato la cosiddetta defensa, racchiusa in una raccolta di leggi dette “melfitane” e volute da Federico come privilegio per la difesa dei suoi fedelissimi nobili e signori, anche in caso di stupro. È giusto, venuti a questo punto, citare il testo Rosa fresca aulentissima del giullare siciliano, contemporaneo dell’imperatore, Ciullo (o Cielo) d’Alcamo, che commenta in modo graffiante la nuova norma. Il racconto narra di un contrasto fra una giovane donna e un signorotto suo corteggiatore che lei tenta disperatamente di respingere. Ecco i versi originali e la relativa parafrasi:


Madonna

Ke ’l nostro amore ajùngasi, non boglio m’atalenti: 

se ti ci trova pàremo cogli altri miei parenti,

guarda non t’ar[i]golgano questi forti cor[r]enti.

Como ti seppe bona le venuta,

consiglio che ti guardi a la partuta.


Non voglio che mi piaccia che il nostro amore si congiunga:

se ti trova qui mio padre con gli altri miei parenti,

stai attento che non ti raggiungano questi veloci corridori.

Come ti sembrò una cosa buona venire qui,

ti consiglio di fare attenzione alla partenza.


Amante

Se i tuoi parenti trova[n]mi, e che mi pozzon fare?

Una difensa mèt[t]oci di dumili’ agostari:

non mi toc[c]ara pàdreto per quanto avere ha ’n Bari.

Viva lo ‘mperadore, graz[i’] a Deo!

Intendi, bella, quel che ti dico eo? 

Se i tuoi parenti mi trovano, che cosa mi possono fare?

Vi assegno una multa di duemila augustari:

tuo padre non mi toccherebbe per tutti gli averi che potrebbe trovare al mercato di Bari.

Viva l’imperatore, grazie a Dio!

Comprendi, bella, quello che io ti dico?


L’augustaro citato nel testo non era nient’altro che la valuta dell’Augusto, ovvero dell’imperatore. Al tempo duemila monete erano, circa, il costo di due cavalli di razza. Un ricco, dunque, poteva tranquillamente violentare una ragazza, bastava che, se colto sul fatto, estraesse qualche soldo, li gettasse accanto al corpo di questa, sollevasse le braccia e gridasse “Viva l’Imperatore, grazie a Dio!”. Questa serie d’azioni gli garantiva completa immunità. Chi, infatti, avesse provato ad alzare un dito contro di lui, sarebbe stato impiccato al ramo del primo albero sulla destra. Così recitava la legge.


In Italia questo delitto è disciplinato dall’articolo 609 bis del Codice penale:

Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:

  1. abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;

  2. traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona


Ma questa è la revisione, o meglio la rivoluzione, della legge vigente fino al 1996, che, invece, recitava così:

Chiunque con violenza o minaccia, costringe taluno a congiunzione carnale è punito con la reclusione da tre a dieci anni. Alla stessa pena soggiace chi si congiunge carnalmente con persona che al momento del fatto:

  1. non ha compiuto gli anni quattordici;

  2. non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole ne è l'ascendente o il tutore, ovvero è un'altra persona cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, d'istruzione, di vigilanza o di custodia;

  3. è malata di mente, ovvero non è in grado di resistergli a cagione delle proprie condizioni d'inferiorità psichica o fisica, anche se questa è indipendente dal fatto del colpevole;

  4. è stata tratta in inganno, per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.


Terrei a sottolineare la categoria di reati in cui lo stupro ricadeva: delitti contro la moralità, ovvero contro il costume pubblico. Ora, invece, è classificato come delitto contro la persona.

Nel 2006 esistevano ancora 53 paesi nei quali il marito non poteva essere processato per lo stupro di sua moglie. Persino nella progredita Germania le leggi sullo stupro furono emendate soltanto nel 1997, un anno dopo l’Italia. 

Che la donna sia inferiore è dunque un concetto radicato profondamente nella cultura mondiale. Pensate al numero di filosofi donne, ai leader dei paesi del G20 donne, ai generali dell’esercito donne. Potremmo andare avanti riempiendo pagine e pagine con simili esempi.

Le denominazioni uomo e donna sono categorie sociali, non biologiche o naturali. Biologicamente parlando non v’è differenza fra maschi e femmine che possa far pensare che l’uno sia superiore all’altra (3). 


Esiste una teoria che tenta di spiegare il motivo di questa sottomissione innata della donna nei confronti dell’uomo, essa prende in esame il primo stadio dell’umanità: i raccoglitori. Si tratta della condizione più lunga in cui l’umanità abbia mai vissuto. Possediamo pochissimi reperti dell’epoca, è quindi molto difficoltoso determinare il ruolo della donna in modo univoco. Difatti esistono due visioni ambedue unilaterali: 

  1. La donna sarebbe schiava dell’uomo, la sua emancipazione nasce con la civiltà, chi non ammette la pari dignità di una donna rispetto ad un uomo è un incivile. 

  2. La donna è padrona dell’uomo, da società matriarcali si è passati a società patriarcali. 

William Reich, psicoanalista austriaco del primo Novecento, opta per questa seconda possibilità, asserendo che le società matriarcali si caratterizzano per via dell’amore, della libertà e della felicità, mentre le patriarcali vedevano il dilagare di odio, oppressione, guerra ed infelicità. Si tratta però, care signore, di una pura elucubrazione senza alcuna base scientifica. Spiace informarvi che l’antropologia, attualmente, predilige la prima ipotesi, anche se non esiste una spiegazione allo sviluppo di questa superiorità. Parlando a livello generale, gli studiosi convengono che la condizione femminile sia correlata all’apporto che ella è capace di offrire nella ricerca dei mezzi di sussistenza. Dunque, fino a quando l’umanità è stata raccoglitrice le condizioni della donna sono state paritarie a quelle dell’uomo, i problemi sono nati quando si è passati alla caccia e alla pesca. A seguito di questa evoluzione la donna ha visto svalutarsi la sua posizione, il colpo di grazia è arrivato attorno al 20.000 a.C., nel periodo di transizione fra Paleolitico e Mesolitico, quando ebbe luogo la Rivoluzione Agricola. L’umanità passò da nomade a sedentaria e iniziò a coltivare la terra. La figura della donna venne completamente esclusa dal processo di produzione.(4)


Ebbene, è verosimile che queste – probabili – cause abbiano avuto delle ripercussioni sulla storia del genere Homo, ma non tutta. In un periodo piuttosto lontano la donna era valutata in modo più mite rispetto alle altre epoche: si tratta del Medioevo; ovvero quando di fatto la morale era vincolata alla Bibbia. Diversi teologi si trovarono a dover fronteggiare un problema abbastanza complesso: la donna ha diritto di godere sessualmente? La risposta giunge prontamente: “Il marito renda alla moglie quel che le deve, e lo stesso faccia la moglie verso il marito. La moglie non è padrona del proprio corpo, ma il marito; così pure il marito non è padrone del proprio corpo, ma la moglie (5)”. Si legge che la donna non è proprietà dell’uomo, se non nella misura in cui essa possiede l’uomo. E sempre nel Medioevo Giotto si trova a dipingere, nella Cappella degli Scrovegni, i Sette Vizi, fra cui compare anche l’Ingiustizia. In questo particolare affresco viene rappresentata la somma ingiustizia per il tempo: lo stupro. Qui sotto riporto l’immagine intera, raffigurante un magistrato corrotto o un malvagio feudatario, seduto su un trono, sotto il quale corre un fregio, ciò che a noi interessa.

È bene precisare, per ben comprendere l’affresco di Giotto, che il Medioevo è un’epoca frammentata e forzatamente unita dalle convenzioni storiche moderne. Fino alla Riforma Protestante, e la conseguente risposta della Chiesa Cattolica, la Bibbia era sì la legge morale del buon fedele cristiano, ma non agiva da censore come invece sarà dopo il Concilio di Trento. L’epoca di Giotto, per intenderci, era molto vincolata alla religiosità, ma libera, non terrorizzata dai tribunali dell’Inquisizione, basti pensare al Boccaccio, contemporaneo del Maestro, libero di scrivere le sue novelle senza finire al rogo. È proprio il Certaldese a fornirci un ulteriore esempio del pensiero “progressista” dell’epoca con la novella di Monna Filippa che “[…] dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare (6)”.


In un articolo con un titolo del genere non si poteva evitare di parlare di Aristotele, che nella sua πολιτιϰά (Politica) idealizza una struttura di governo per la polis greca. Egli identifica il nucleo basilare della società con l’oikos (famiglia) regolato dal rapporto moglie-marito, dove il primo prevale sulla seconda. Il padre è comparabile al pater familias latino: un soggetto che esercita autorità sugli altri componenti della famiglia, schiavi, moglie e figli. Egli è superiore alla donna poiché “portatore del principio del mutamento e della generazione”, mentre la femmina è “portatrice del principio della materia”. Classifica così il primo come attivo e la seconda come passiva in quanto “genera in sé stessa il generato che stava nel genitore”. Il principio del mutamento è migliore e più divino di quello della materia, infatti la donna, per poter generare, necessita del maschio. Questo fattore la rende incompleta. L’uomo deterrebbe dunque un primato a livello riproduttivo e, di conseguenza, a livello sociale. L’essere uomo si confà al comando.


Questa posizione, che oggi non esiteremmo a definire misogina, ha prevalso su quelle più progressiste e paritarie di Platone e Socrate poiché trovava una maggiore corrispondenza nella coscienza sociale che, come abbiamo già dimostrato, è stata sempre portata a vedere l’uomo come superiore. 

Nel corso della storia si è sviluppata, più o meno ovunque, la concezione di donna come contenitore per fare figli, specialmente nel tardo Medioevo cristiano e nel Rinascimento minacciato dall’Inquisizione. Da qui si è iniziata a sviluppare la concezione che la donna fosse naturalmente inadatta ai ruoli che, di norma, spettavano all’uomo. Solo le faccende inerenti all’oikos la riguardavano. Questa visione si concretizza quando, alla fine del XVIII secolo, le donne cominciarono a domandare il diritto di voto. 

Queste donne vennero dapprima ignorate poi derise. I primi stati a concedere il suffragio femminile in epoca moderna furono la Repubblica Corsa (1755), le Isole Pitcairn (1838), la Toscana (1849), la Nuova Zelanda (1893, sotto forma di colonia britannica), il Territorio del Wyoming (1869), l'Isola di Man (1881). Alcuni di questi stati hanno avuto una breve esistenza e altri non sono mai diventati indipendenti. 

Giusto per dovere di cronaca ecco i paesi ONU che ad oggi non hanno ancora dottato il suffragio femminile:

  1. Brunei, voto negato anche agli uomini dal 1962;

  2. Libano, voto obbligatorio per gli uomini, opzionale per le donne, le quali devono prima dimostrare di godere di un’istruzione di base tramite esami periodici;

  3. Santa Sede (ente giuridico rappresentante dello Stato della Città del Vaticano in ambito internazionale), parziale anche per gli uomini: riservato ai soli membri del Conclave.


Nel 1948 le Nazioni Unite adottarono la Dichiarazione universale dei diritti umani, il cui articolo 21, comma 3 recita: la volontà del popolo dovrà costituire la base dell'autorità di governo; questa sarà espressa mediante elezioni periodiche e genuine che si svolgeranno a suffragio universale e paritario e che saranno tenute mediante voto segreto o mediante procedure libere di voto equivalenti

Fino ad allora gli stati garantivano alle donne il diritto di voto poiché erano considerate buone (come nella visione di Reich). Potevano dunque meglio comprendere e rappresentare i membri più deboli della società, specialmente i bambini, che conoscevano molto bene siccome dovevano portarli in grembo per nove mesi. 


Vi era poi una minoranza di uomini che ritenevano la donna uguale all’uomo e non “buona per natura”, quanto piuttosto “uguale per natura”. Esempio ne sono i Suffragisti inglesi, uomini, fra cui molti politici, che preferivano la via parlamentare rispetto a quella militante delle ben più note Suffragette. 


Con queste poche pagine in cui ho trattato in modo del tutto superficiale il possibile motivo dietro alla condizione della donna, notoriamente considerata inferiore all’uomo, volevo solamente esporre un fatto per me oltraggioso per il sesso femminile e che molti considerano giusto indicare col termine “normalità”. Forse sfugge il dettaglio che ciò che in passato è stato normale non è vincolato a rimanere tale. La donna, attualmente, è inferiore per abitudine e concezione sociale. La colpa è dell’umanità e delle sue idee, evitiamo di coinvolgere la Natura o le divinità per giustificare un’abitudine, per dipiù errata.


Il ruolo della donna nella nostra società è qualunque ruolo essa desideri avere.

Fonti:

  1. Boudreau, Vincent. (2004). The First Writing (Ed. riv.). Cambridge, United Kingdom: Cambridge University Press 

  2. Deuteronomio 22:28-29 - RIV - Se un uomo trova una fanciulla vergine che non .... (aa. vv.). Consultato il 02/01/2020 da https://www.biblestudytools.com/riv/deuteronomio/passage/?q=deuteronomio+22:28-29

  3. Boldrin. (2018, November 10). Quanto sono diversi maschi e femmine? Consultato il 02/01/2020 da https://www.scienzainrete.it/articolo/quanto-sono-diversi-maschi-e-femmine/pamela-boldrin/2018-11-10

  4. Harari, Yuval Noah, Bernardi Giuseppe (Trans.). (2018). Sapiens: da animali a dei: breve storia dell'umanità (Ed. riv.). Milano, Italia: Bompiani.

  5. Conferenza Episcopale Italiana. (2008b). La Sacra Bibbia (Prima lettera di san Paolo apostolo ai Corinzi) (3ª ed.). Cinisello Balsamo, Italia: Edizioni San Paolo.

  6. Boccaccio, Giovanni. (1353). Decameron, Giornata VI, Novella VII. Consultato il 02/01/2020 da https://it.wikisource.org/wiki/Decameron/Giornata_sesta/Novella_settima

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