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Controllo e pregiudizio-ottobre 2019


di Federico Migliori

Esistono vari modi e metodi per controllare il pensiero della popolazione, dirigere i loro sentimenti dove e come si desidera, a seconda dei bisogni, o meglio, degli interessi. Questa è la pietra d’angolo della dittatura. Nulla di nuovo, non crediate che sia un’invenzione del XX secolo. 

Basti pensare a Publio Virgilio Marone: guida del Sommo Poeta all’Inferno e al Purgatorio oltre che autore dell’Eneide. Ed è proprio questo poema che riassume in sé il concetto di controllo. 

Fu scritto su ordine di Ottaviano Augusto per giustificare il potere appena accentrato nelle sue mani tramite un suo presunto legame con Enea, padre dell’Urbe. Si tratta, forse, del primo esempio di “media” piegato al volere del potente. E non è l’unico episodio durante l’epoca romana.

312 d.C. Battaglia di Ponte Milvio, Costantino e Licinio, suo cognato, vincono la resistenza di Massenzio e Massimino d’Aia. Per i precisini aggiungo che è lo scontro che darà luogo alla leggenda della frase, apparsa in sogno a Costantino, “In hoc signo vinces” (o "Εν Τουτω Νικα" = "Con questo vinci", a seconda della traduzione). 

Uno dei biografi che ci ha narrato le gesta del condottiero è Eusebio di Cesarea nel suo “Historia Ecclesiastica”, di cui esistono tre versioni, di seguito riportate in sequenza temporale:

I - Nel 312 i cristiani hanno avuto la vittoria [...] grazie a due valorosi guerrieri, [...] Dio ha donato l'impero ed il suo governo nelle mani dei due grandi imperatori cristiani (lett. cari a Dio): Costantino e Licinio;

II - Nel 312 i cristiani hanno avuto la vittoria [...] grazie a due valorosi guerrieri, [...] Dio ha donato l'impero ed il suo governo nelle mani dei due grandi imperatori cristiani (lett. cari a Dio): Costantino e Licinio, quest'ultimo quando godeva ancora di buona salute mentale;

III - Nel 312 i cristiani hanno avuto la vittoria [...] grazie ad un valoroso guerriero, [...] Dio ha donato l'impero ed il suo governo nelle mani dell'unico grande imperatore cristiano (lett. caro a Dio): Costantino.

È facile notare come la revisione che, incredibilmente, coincide con la morte di Licinio, voluta proprio da Costantino durante il primo concilio di Nicea del 325, porti il lettore a schierarsi sempre più col governo dell’Imperatore ed il suo operato. 

La politica di Costantino può essere presa da esempio anche in un altro caso, facilmente riconducibile all’attualità (che è ciò che mi prefiggo di fare in questo spazio): la propaganda.

Quasi come accade ora col discorso di fine anno del Presidente della Repubblica, la corte imperiale organizzava orazioni, a cadenza semestrale, in tutte le province e tutte con lo stesso tema: come stiamo bene. L’imperatore era sempre il migliore mai eletto (dai soldati), l’economia in crescita, le guerre vittoriose eccetera eccetera. Ed in ogni provincia si arringava la folla nella propria lingua e con argomenti ben precisi, adattati a seconda del pubblico. In Gallia, provincia pagana, venivano narrate le gesta dell’Imperatore, sotto la protezione degli dei. In Palestina, provincia cristiana, invece, il nostro caro amico Eusebio di Cesarea scriveva: «Costantino, unico fra tutti quelli che hanno governato l'Impero Romano, è diventato amico di Dio, Re dell'universo. Dio lo ha scelto come suo campione e lo ha reso invincibile, Dio lo ha scelto come maestro per insegnare a tutti i popoli. Dio lo ha reso signore, padrone e vincitore, l'unico invincibile fra tutti gli Imperatori». Come dicevo, dunque, i toni erano ben calibrati a seconda dell’uditorio, anche se più che al popolo si parlava ai capi e all’esercito. A Roma e Costantinopoli si tenevano addirittura appositi comizi per i vigiles urbani, la polizia del tempo.

Ma Roma non era l’unica a dare così tanto peso a alla propaganda. 

1569, Venezia. Il Gran Dragomanno dell’Impero Ottomano, Ibrahim Bey, viene mandato in visita diplomatica nella città lagunare. Giocando la carta del suo passato cristiano, nato in Polonia era poi stato “raccolto” dalle milizie della Porta, suggerì al nunzio apostolico della Serenissima, Giovanni Antonio Facchinetti, divenuto poi Papa Innocenzo IX, di far circolare clandestinamente (e con il suo aiuto) manifesti e opuscoli in lingua turca all’interno dell’impero, per affermare la supremazia della Chiesa di Roma sulla religione musulmana. Una mossa d’intelligence molto valida: porterà infatti il pontefice ed il doge a classificare come voci di corridoio le notizie di un imminente invasione turca dell’isola di Cipro, allora in mano Veneziana. Lo sbarco e la conquista ci saranno: la fortezza di Famagosta cadrà venerdì 17 agosto 1571, tre anni dopo quell’incontro in laguna.

Facciamo ora un grande balzo avanti nel tempo: 24 giugno 1866. Battaglia di Custoza.

Il generale La Marmora guidò l’esercito italiano oltre il fiume Mincio con il I e III corpo d’armata, una forza esigua se confrontata alla mole austriaca. Presso Custoza, Veneto, i due schieramenti si fronteggiarono. Due squadroni italiani resistettero a quadrato (un tipo di formazione particolarmente vantaggiosa contro le cariche di cavalleria) agli attacchi degli esperti dragoni pesanti nemici. Le perdite furono enormi.

Questo è ciò che venne comunicato dai giornali e dal Re. La realtà era diversa: gli italiani resistettero sì a quadrato, ma ventimila uomini contro tre reggimenti di cavalleggeri. Ecco, diciamo che un rapporto 20.000 a 300 rende lo scontro meno glorioso, soprattutto se si tratta di una sconfitta. 

E mentre la folla festeggiava e l’esercito veniva osannato, La Marmora si ritarava non solo dal campo, ma anche dal suo incarico, che finì nelle mani del generale Cialdini il quale, piccola curiosità, nacque in un borgo ai piedi dell’appenino, un borgo che si chiamava e si chiama Castelvetro di Modena.

La terza guerra di indipendenza è così generosa da regalarci un altro esempio: lo scontro navale tra due ammiragli, Persano e Teghetthof. Quest’ultimo, il 20 luglio 1866, affrontò l’italiano nella battaglia di Lissa. L’Austria si ritirò vittoriosa con tutte le navi. Persano aveva visto affondarsi due cannoniere corazzate: la Palestro e la Re d’Italia. Nonostante ciò la battaglia venne acclamata come vinta dal popolo italiano. Perché? Semplice, l’ammiraglio, prima di rientrare in porto, era rimasto qualche ora in mare aperto e aveva così telegrafato: «abbiamo mantenuto il controllo delle acque» (5). I giornali titolavano la grande ritirata austriaca di fronte alla potenza navale italiana, un successo determinante per le sorti della guerra, un passo verso la vittoria, che ci fu in parte, con l’armistizio di Cormons, il 12 agosto 1866.

 Nel XX secolo l’umanità, che tanto umana non era, si evolvette: le bufale vengono amplificate. Certo, anche prima i governi, specialmente in guerra, facevano leva sull’odio verso il nemico o sul sentimento di unità nazionale, ma in modalità più miti. 

Eviterò di parlare dell’Olocausto, è un tema troppo vasto, delicato e complesso per essere trattato in qualche riga. Vi illustrerò invece un altro episodio, meno conosciuto.

1914. I tedeschi invadono il Belgio e la Francia del nord, commettono una marea di atrocità. Fucilano civili e bruciano villaggi. Lo fanno perché hanno un terrore fanatico dei partigiani: sono convinti che i civili sparino agli ufficiali dalle finestre dei palazzi e delle fattorie, non si è mai al sicuro: né in città né in campagna. E quando si instilla questa paura un qualsiasi tenente di compagnia non ci mette nulla a convincersi di essere scampato ad un attentato. Quando ciò accade si fucilano in pubblica piazza il sindaco e il parroco e si brucia il villaggio. Per paura, solo per paura.

Ma i giornali francesi scrivono diversamente. Sono in guerra: serve la rabbia. Raccontano di soldati tedeschi che tagliano le mani ai bambini, cavano loro gli occhi e sventrano le donne incinte. Addirittura, stuprano i neonati. Tutto il mondo ci crede. La verità si scopre molto più avanti, addirittura dopo la Seconda guerra mondiale.

A proposito di Seconda guerra mondiale, facciamo un gioco: riporto di seguito un frammento di un comizio e voi provate ad indovinare chi l’ha pronunciato e quando, d’accordo?

«L’amicizia fra Germania e Polonia è uno dei fattori rassicuranti nella vita politica dell’Europa».

Era Adolf Hitler, nel suo discorso al Reichstag di Berlino, il 30 gennaio 1939, 7 mesi prima dello scoppio della guerra. E ciò non creò problema alcuno nelle menti dei cittadini tedeschi dell’epoca. Come nulla fosse. L’amico era diventato il nemico, con l’accordo Molotov-Ribbentrop del 23 agosto 1939 l’URSS passava da essere nemico ad alleato e, di nuovo, il 22 giugno 1941, con l’Operazione Barbarossa, un nemico. 

I media di entrambi gli stati dipingevano questi repentini cambi di rotta come normali, smentendo le linee politiche precedenti, riscrivendo la storia, alterandola, distorcendola a proprio piacimento. Orwell avrà pur preso ispirazione da qualche parte, no?

Il punto della faccenda è che in passato non ci si poneva nemmeno il problema che l’informazione fosse controllata e censurata dallo stato: era la normalità. Non vi era dunque «l’esigenza comunemente sentita che il sistema d’informazione non si trasformasse in uno strumento di manipolazione delle coscienze», proprio perché il controllo era il fine stesso dei media. Ora, invece, ad una democrazia liberale si richiede necessariamente la presenza di mezzi di informazione obiettivi e fruibili da tutti i cittadini. Il giornale, che sia carta stampata o digitale, deve fornire al lettore la possibilità di sviluppare e formulare un giudizio autonomo sul contesto sociopolitico in cui vive.

Pensare con la propria testa significa riconoscere l’orientamento ideologico delle diverse testate e di conseguenza leggere la notizia nel contesto in cui è inserita, possibilmente distaccandosi da esso. 

E l’unico modo possibile per ottenere un tale risultato è un’informazione libera di raccontare la verità, non libera di mentire.  


Note:

(1)-Alessandro Barbero, Costantino il vincitore, Salerno Editrice, Biblioteca storica, 2016

(2)-Edward N. Luttwak, La grande strategia dell’Impero Romano, BUR Biblioteca Universale Rizzoli, 2013

(3)-Eusebio di Cesarea, Historia Ecclesiastica, Libro IX, VI secolo

(4)-Alessandro Barbero, Lepanto, la battaglia dei tre imperi, Edizioni Laterza, 2012

(5)-Edmondo de Amicis, Cuore, Treves editrice, Milano, 1886

(6)-Gigi Di Fiore, Cronistoria dell’unità d’Italia: Fatti e misfatti del Risorgimento, BUR Biblioteca universale Rizzoli, 2010

(7)-Carlo Lucarelli, Antonio Gibelli, Bruna Bianchi, ’14-’18: Grande Guerra 100 anni dopo, Rai Storia, 2014, disponibile presso: http://www.grandeguerra.rai.it/articoli/linvasione-del-belgio-tra-crimini-e-propaganda/28709/default.aspx

(8)-Giorgio Fabre, Il contratto, edizioni Dedalo, 2004

(9)-Sergio Lepri, Professione giornalista, Etas 1999


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