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Coffee break-aprile 2020


di Cecilia Orlandi

Il grande e rimpianto Nino Manfredi in uno spot pubblicitario pronunciava la frase diventata celeberrima: “Il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è?’’. Egli non era certo il primo a dichiararsi innamorato di questa bevanda: la leggenda narra che secoli addietro, quando il clero spinse Clemente VIII a proclamare il caffè eretico a causa della sua provenienza araba e del suo consumo tra il popolo musulmano egli, sorseggiandone una tazzina, l’abbia ritenuto decisamente troppo buono per non essere accolto fra i cristiani ed abbia addirittura proceduto al suo battesimo. Così Nino terminava la pubblicità: “più ne mandi giù e più ti tira su’’. Sorge perciò da chiedersi in che senso il caffè sia in grado di rinvigorirci: il suo effetto si limita soltanto ad aumentare la nostra capacità di attenzione o consiste in qualcosa di più concreto di quanto usualmente si immagina? Tanti, tantissimi sono i falsi miti sul caffè che si propagano nelle spire di una società spesso vincolata ai retaggi di dicerie popolari prive di valenza scientifica. Diventato capro espiatorio di una dignitosa quota di malanni, l’infuso più apprezzato del mondo è stato additato come la causa di palpitazioni, eccitabilità, invecchiamento precoce, rigidità arteriosa e quant’altro. Si deve riconoscere che tali dicerie, per quanto erronee, sono così convincenti da fare presa tutt’oggi su una certa quota di popolazione che, per quanto acculturata, continua a ritenerle vere proprio a causa del loro radicamento nell’immaginario collettivo. Pensate che assumere tre tazzine di caffè al giorno sia sbagliato? Avete ragione: i medici ne consigliano almeno quattro. Molteplici studi recenti si sono eretti a difesa del caffè, confutando interamente le sopracitate convinzioni.  Ad esempio, al congresso “Platform of laboratories for advanced in cardiac experience (Place)” tenutosi a Roma nel novembre 2019, 4000 cardiologi provenienti da tutto il mondo hanno concordato nell’attribuirgli un ruolo da protagonista nella cosiddetta dieta  “salva cuore”, insieme anche a pasta integrale, cioccolato fondente, peperoncino e spezie. In più, sulla piattaforma Medscape sono stati pubblicati, nel settembre 2018, due nuovi studi,  rispettivamente l’ EPIC (European Prospective Investigation into Cancer and Nutrition ) e il MEC (Multiethnic Cohort); il primo, condotto su oltre 450 000 partecipanti, ha svelato che l’assunzione di caffè porta ad un minore rischio di mortalità in particolare per quanto riguarda malattie dell’apparato digestivo e circolatorio. Il secondo studio si sofferma a provare che i benefici si estendono ai partecipanti appartenenti a diverse etnie, quali gli afroamericani, i giapponesi, i latini e le persone di razza bianca. Altri studi sono stati invece pubblicati nel 2017 sulla rivista “Annuals of Internal Medicine”, dove viene illustrato un ampio spettro di diverse patologie ove il caffè svolge un ruolo significativo in termini di prevenzione. A livello cardiaco, vengono ridotti fibrillazione atriale (sfatando così la leggenda del caffè come aritmogeno, tale solo in soggetti geneticamente predisposti), scompenso cardiaco e ossidazione di LDL (che una volta ossidate determinano la formazione di placche teromasiche). Anche il rischio di ictus viene ridotto di una percentuale che, secondo una ricerca giapponese, si aggira attorno al 20 per cento; il caffè, grazie alle sue proprietà antiossidanti e antimutagene, previene inoltre la formazione di neoplasie quali tumori all’endometrio, alla prostata, al seno, al colon retto e melanoma. I risultati sono stati conclamati per un’assunzione che ondeggia dalle 4 alle 6 tazzine di caffè giornaliere ma niente allarmismi: la dose letale corrisponde a 10 grammi di caffeina quotidiani, in altre parole a 100 tazzine al giorno. Se si credeva che l’invecchiamento precoce fosse la condanna degli estimatori di caffè, ora si è provato che questa credenza non potrebbe essere più sbagliata: si rallenta infatti il fisiologico decadimento cognitivo e viene offerta neuroprotezione contro il morbo di Parkinson. Ultimo ma non ultimo è il benessere psicologico: è stato comprovato che più tazzine di caffè si bevono al giorno, minore è il rischio di depressione. A questo si può riallacciare l’apparente effetto paradosso che, nonostante sia opinione comune che chi consuma caffè alla sera debba mettere in conto di passare una notte insonne, alcuni soggetti dormono meglio. È verosimile che questi ultimi abbiano un’insonnia su base ansiosa, e dal momento in cui l’ansia spesso non è altro che la manifestazione di una depressione latente, va da sé che il caffè, agendo da antidepressivo, si trasformi in ansiolitico. Alla luce di quanto esposto, chissà come sarebbe stato felice Papa Clemente VIII sapendo che il caffè non è solo irresistibile ma anche una panacea di così tanti mali! 

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