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Calpestare per difendere

 
di Federico Migliori
Aborto: esiste un dibattito feroce sull’argomento, specialmente in Italia, dove varie organizzazioni ultracattoliche e medici obiettori di coscienza si fregiano del vessillo crociato ogni qualvolta che se ne parla, brandiscono la spada del pro-vita e annientano ogni argomentazione avversaria. In questo piccolo spazio, però, non voglio trattare la storia o le ragioni del fenomeno, perché, fortunatamente, in Italia l’aborto è legale e (teoricamente) ne viene garantita la possibilità a ogni donna che ne faccia richiesta, ovviamente entro il perimetro normativo. 
Esiste però una frangia estrema di “combattenti” pro-vita che, da anni, hanno intrapreso un’attività particolare, se non macabra. Tutto nasce con l’associazione Difendere la vita con Maria (Advm) di Novara, nel 1999 stringe vari accordi con diverse aziende ospedaliere e comuni riguardo i “prodotti abortivi”, ovvero ciò che resta in seguito ad un aborto, terapeutico o spontaneo che sia. È così che nasce il “cimitero dei bambini mai nati”. 
Approfittando di leggi a maglie larghe, l’associazione, con l’appoggio di Asl e decine di comuni, inizia a seppellire feti in spazi cimiteriali a loro dedicati, detti “Giardini degli angeli”, in barba alla volontà delle donne che quei feti li hanno abortiti. 
Specifichiamo: in base all’art. 7 del Regolamento di polizia mortuaria datato 1990, esistono tre possibili casi di aborto: “bambini nati morti”, oltre le 28 settimane di gestazione, la sepoltura avviene sempre, a prescindere della volontà della madre o della causa dell’aborto; “prodotti abortivi”, tra le 20 e 28 settimane, a cui spetta l’interramento in campo comune dopo permessi rilasciati dall’Usl; e i “prodotti del concepimento”, età inferiore alle 20 settimane, considerati rifiuti speciali ospedalieri, perché non riconoscibili, che vanno incontro a termodistruzione. Ed è proprio in quest’ultimo caso che regioni come Campania, Lombardia e Marche, sfruttando il criterio arbitrario di riconoscibilità, hanno disposto per la sepoltura obbligatoria, come dichiarato dal regolamento. Superate 24 ore dell’espulsione, o estrazione, del feto, se i parenti non ne fanno domanda di seppellimento, decade ogni diritto di questi sul prodotto, che, invece di essere distrutto, passa in mano alle associazioni religiose. Queste organizzano un funerale, con processione e carro funebre, di cui nessuno è a conoscenza tranne parroco, volontari e fedeli. 
Ma Advm non è la sola, esistono anche la Comunità Papa Giovanni XXIII e l’Armata Bianca, che si definiscono “movimenti ecclesiali che hanno come scopo primario la cura spirituale dei bambini”. 
Tutte queste associazioni, però, non si pongono problemi a calpestare la privacy delle donne che hanno abortito: non esitano a dare nomi ai feti seppelliti e accompagnarli a quelli delle donne che li hanno “rifiutati”. Con questo atteggiamento non offrono servizio alcuno, né alla comunità, né ai bambini, né alle madri. Criminalizzano una pratica che è, deve essere e rimanere legale: l’aborto, e nell’ignoranza includono anche quello spontaneo. 
Abortire significa intraprendere un percorso che passa prima per i consultori e dopo per gli ospedali. Significa avere un coinvolgimento psicologico importante, stressante e, in una società come quella italiana, particolarmente imbarazzante. Significa sentirsi giudicate come donne e madri. Significa sentirsi squadrate tramite un’occhiata. Spesso significa incappare in medici che antepongono la loro ideologia alla volontà, o peggio alla salute, della paziente, alla faccia del Giuramento di Ippocrate.
Col pretesto di servire e difendere, ancora una volta si calpestano diritti e dignità, le scelte soggettive. Torna il regresso morale: le scelte delle coppie sono private della libertà decisionale e diventano disposizione della comunità, che con queste pratiche ne influenza le volontà o addirittura le annulla. 
Questa è erosione identitaria.

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