Passa ai contenuti principali

Kandinskij. L’opera / 1900-1940 : mostra a Palazzo Roverella, Rovigo

 Di Sofia Verde


“La nuova grande mostra di Palazzo Roverella si configura come una sfida: sciogliere l’‘enigma Kandinskij’. [...] Questa esposizione è una sorta di viaggio alla scoperta delle matrici che hanno dato vita a un linguaggio artistico che ha sconvolto il Novecento.”

Le parole di Gilberto Muraro, presidente della Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, riguardo alla mostra Kandinskij. L’opera / 1900-1940.


La mostra dedicata al “padre dell’Astrattismo” a Rovigo ha riscosso un successo eccezionale. “L’intento era creare un’esposizione che coprisse l’intero arco cronologico della carriera e della produzione dell’artista” afferma il curatore Paolo Bolpagni e "alla base di tutto, c’è l’idea di leggere unitariamente e in maniera un po’ anticonvenzionale l’itinerario creativo di Kandinskij.”

La mostra segue quindi un percorso cronologico della vita dell’artista, il quale nelle regioni di Vologda scopre l’arte popolare russa, in tutta la sua coloratissima decoratività.

Due opere in particolare di questo periodo sono degne di nota.

“Sonntag” è un quadro che si trova proprio all’entrata delle numerose sale. Se si è distratti si rischia addirittura di non vederlo. Ad una prima occhiata non sembra nulla di spettacolare ma credo sia uno delle opere più affascinanti della mostra, per quanto semplice. 

Le precisissime pennellate a tratti forniscono una parvenza di movimento all’intera scena di vita quotidiana. Un dipinto quasi elementare, tuttavia capace di catturare l’osservatore all’interno dell’opera stessa, se lo spettatore è sufficientemente concentrato. Con un po’ di immaginazione è possibile percepire il vento che soffia leggero nel paesaggio affollato, il vociare delle persone che confabulano in una lingua incomprensibile e così lontana dalla nostra, addirittura il nitrito dei cavalli. Si potrebbe rimanere ad osservarlo per ore, trovando sempre nuovi piccoli particolari che arricchiscono l’ambiente. È come se il campo visivo di una sola persona fosse troppo piccolo per osservare un tale guazzabuglio di situazioni, tutte raccolte nella confusione della piazza. È una sensazione difficile da spiegare a parole, quasi ipnotizza.



L’altra opera è probabilmente quella più famosa del suo repertorio: il Muro Rosso.

Questa colpisce in modo particolare lo spettatore per la sua vastità. Si rimane senza parole dalla tela che ci si ritrova davanti. Le immagini sul web non rendono quanto il muro scarlatto colpisca l’occhio, la violenza dell’immagine è sensazionale. 

Credo che l’interpretazione di ogni opera (artistica o poetica che sia) sia qualcosa di profondamente personale. Non essendo in alcun modo esperta dell’arte del ‘900, quello che segue è solamente una valutazione personale.

La tela è strutturata su due piani. Sul retro l’appariscente muro rosso indica la vita animata di una città, il movimento imperturbabile della metropoli resa irrealistica dal contrasto di colori accesi nell’atmosfera notturna. In primo piano ci sono due figure, per prospettiva alte quasi quanto il muro: mettono in luce la fragilità umana in opposizione con l’ambiente ravvivato di sfondo. L’una tende la mano all’altra, che è rannicchiata sul prato. Credo che questo gesto, in armonia con il paesaggio vivace, indichi l’importanza dei nuovi inizi. Kandinsky vuole ricordare di non abbatterci: c’è sempre una città colorata dietro l’angolo e il muro rosso non è invalicabile come sembra, se si è in buona compagnia. 



Il percorso artistico continua con tante altre affascinanti opere di svariati periodi della sua vita. Potrete ammirarle alla mostra a Palazzo Roverella (RO) aperta fino al 26 giugno.

Commenti

Post popolari in questo blog

Letter to me ten years ago

 Di Vanessa Verzola you will see your life through romantic, brown eyes you will look outside the bus living with your interior strife you would not say it’s you the girl who’s singing for you, who’s talking ‘bout you today I feel like I can see the little me laughing in a funny pose and nobody really stole your nose: trust me I could never walk away for me, for you it’s true let me stay I hope I will get better ‘cause you need it, and I need you to be me and you need me to be you Go somewhere you can be you and believe in you, and in what you do ‘cause I deserve it

Capovolgimento di ruoli

di Deana Sulejmanasi Risale a febbraio 2020 la condanna all’ex produttore cinematografico statunitense Harvey Weinstein, giudicato colpevole di stupro di terzo grado e atti sessuali criminali di primo grado verso l’attrice Jessica Mann. In seguito alla prima accusa postagli, la conseguente onda mediatica ha portato col passare dei giorni ad un accrescimento di queste storie, coinvolgendo altri esponenti statunitensi e del resto del mondo. L’impatto è stato tale da accendere e dare luogo al movimento femminista MeToo, contro le molestie sessuali e la violenza sulle donne, il quale ha aiutato moltissime donne a rompere il silenzio e denunciare. Qualche giorno fa è stata eretta a New York, al Manhattan’s Collect Pond Park, proprio davanti al tribunale dove fu condannato Weinstein, una statua rappresentante Medusa, quasi trionfante e fiera, con in mano la testa decapitata di Perseo. Opera dell’artista italo-argentino Luciano Garbati, il quale ha affermato di aver dedicato la statua al cora...

Chiedimi dov’è il vuoto, in un battito spezzato

  di Davide Caretto Sento sempre di essere incompleto, di non aver mai finito qualcosa. Oggi però devo mettere il punto ad un capitolo che, se guardo al Davide di qualche anno fa, non avrei mai pensato di poter scrivere: è un arrivederci al mio ruolo da redattore per Elemento 38. Siamo plasmati da ciò che leggiamo, da ciò che ascoltiamo, da ciò che viviamo, da ciò che sentiamo di essere. Lasciamo che la mente corrosa dalle chimere dei nostri pensieri costruisca o tagli ponti, apra cancelli o chiuda fili spinati, vesta maschere di carta che colano sotto la pioggia delle verità che ci confessiamo. Sono le ultime parole che lascio echeggiare in questo giornalino, e vorrei che fossero “pure”. Vorrei che fossero parole apollinee che parlano la lingua dionisiaca della nostra interiorità, così timida eppure così vitale. Quelle parole che non si interessano di apparire ma che si preoccupano di essere . Zero riferimenti espliciti ad autori, che tuttavia costituiscono una componente importa...