Passa ai contenuti principali

Il tuo account è stato sospeso

 

di Federico Migliori

I social network sono tornati a essere argomento caldo dopo il ban imposto a vari profili “pubblici” del presidente Trump. Personaggi di ogni risma, pensiero politico e dalle idee particolarmente incandescenti si sono fatti sentire, sempre sui social network, chi gridando alla dittatura che imbavaglia, chi plaudendo le decisioni delle aziende. Da che parte stare? 

Il punto non è lo schieramento, avvenuto in ordine sparso, ma la mossa in sé: i social network sono aziende, pertanto libere di agire entro il perimetro normativo di termini e condizioni imposte all’utente, quel famoso papiro di lunghezza tolstojana che al momento della registrazione non leggiamo e sottoscriviamo senza troppi pensieri. 

I social, chi più chi meno, sono diventati vere e proprie piazze digitali, luogo di incontro, riunione, protesta, propaganda di idee, discussione, scambio e dialogo. Per quanto (spesso) maleducatamente e irrispettosamente tutto questo avvenga, non possiamo negare che sia la realtà; e non possiamo nemmeno negare che questa situazione sia ancora più evidente in questo periodo in cui le piazze, quelle fisiche, sono chiuse. Il problema è proprio questo: abbiamo creato spazi virtuali che sono in mano a privati i quali, giustamente, possono decidere cosa gli utenti possono o meno pubblicare. Finché si tratta delle foto delle vacanze, del cane o simili, quindi contenuti inerti, l’utente non corre rischi. Quando si vira sul politico, specialmente se le idee mirano a colpire minoranze, antagonisti o organi di potere (vedi caso Trump), o comunque incitano all’odio o alla violenza, azioni che generalmente vanno contro le norme aziendali, il gestore interviene con le dovute, e giuste, sanzioni. 

In poche parole, abbiamo delegato la nostra libertà di parola a qualcuno che non è lo Stato. È fondamentale comprendere questo punto: siamo stati noi a consentire questo trattamento, abbiamo sottoscritto noi un contratto, non siamo padroni dell’ambiente in cui ci riuniamo virtualmente. Come possiamo pretendere che in quello piccolo spazio di 280 caratteri ci sia garantita ogni libertà, anche quella di odiare il prossimo? Se le norme di queste piattaforme non ci piacciono possiamo sempre spostarci su altre, ma restiamo comunque vincolati alle decisioni di un privato. 

Come abbiamo fatto a chiudere gli occhi davanti alla privatizzazione della parola? Al di là del proprio credo politico, di Trump o altri, ciò che deve saltare all’occhio è l’impossibilità di avere alternative a questo sistema che noi stessi abbiamo creato, o abbiamo lasciato creare. E dunque è vero: di cosa ci lamentiamo? L’abbiamo voluto noi, lo abbiamo usato, non ci siamo curati delle regole e ora ne paghiamo le conseguenze. Si potrebbe aprire un dibattito che coinvolgerebbe anche il paradosso della tolleranza di Popper riguardo la vicenda di Trump, ma che senso avrebbe? La situazione non si risolverebbe: restiamo bloccati nelle condizioni attuali. Non voglio però negare che qualcosa di diverso, un giorno, possa esistere, ma finché ci limitiamo ad essere schierati da una o dall’altra parte, pro o contro Trump (o chissà chi altro), non saremo mai capaci di scorgere il problema. Dalle barricate della nostra ideologia le bandiere e i vessilli ci impediscono di guardare la realtà dei fatti. 

Ammiro con una certa tristezza coloro che dicono che Trump si è meritato una “punizione” del genere. Probabilmente sono gli stessi che, fosse capitato al loro leader, direbbero l’opposto. Non dobbiamo dimenticare che Trump deve essere sanzionato dalla giustizia statunitense, non da Zuckerberg. 


Commenti

Post popolari in questo blog

Chiedimi dov’è il vuoto, in un battito spezzato

  di Davide Caretto Sento sempre di essere incompleto, di non aver mai finito qualcosa. Oggi però devo mettere il punto ad un capitolo che, se guardo al Davide di qualche anno fa, non avrei mai pensato di poter scrivere: è un arrivederci al mio ruolo da redattore per Elemento 38. Siamo plasmati da ciò che leggiamo, da ciò che ascoltiamo, da ciò che viviamo, da ciò che sentiamo di essere. Lasciamo che la mente corrosa dalle chimere dei nostri pensieri costruisca o tagli ponti, apra cancelli o chiuda fili spinati, vesta maschere di carta che colano sotto la pioggia delle verità che ci confessiamo. Sono le ultime parole che lascio echeggiare in questo giornalino, e vorrei che fossero “pure”. Vorrei che fossero parole apollinee che parlano la lingua dionisiaca della nostra interiorità, così timida eppure così vitale. Quelle parole che non si interessano di apparire ma che si preoccupano di essere . Zero riferimenti espliciti ad autori, che tuttavia costituiscono una componente importa...

Rubrica scacchi

  di Daniel Janjani

Moda veloce, ma sostenibile?

 Di Vanessa Verzola Fast fashion . Da tradursi letteralmente con “moda veloce”, è un settore dell’abbigliamento che produce e vende capi di bassa qualità a prezzi super-ridotti e che lancia nuove collezioni in tempi brevissimi. È comparso tra la fine degli anni ‘90 e i primi 2000 e ha portato a un aumento del 400% dei capi di abbigliamento rispetto a 20 anni fa; prima lo shopping era un evento occasionale e, in generale, le persone consumavano meno rispetto ad oggi. Ma perché l’industria del fast fashion ci riguarda in prima persona? Tutto nasce da un problema di sfruttamento delle persone coinvolte e dell'ambiente, e riguarda il futuro di tutti noi. Nasce tutto dal fatto che le catene di abbigliamento low cost hanno bisogno di ridurre i costi e di accelerare i tempi di produzione; quindi esportano la produzione all’estero, nei Paesi in via di sviluppo, dove la manodopera costa meno. Il problema è che spesso questi sono Paesi in cui i datori di lavoro sono poco attenti alla qual...