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Il Black Lives Matter e lo sport

 

di Alice Renzi

Ormai cinque mesi fa, il 25 maggio, l’afroamericano George Floyd muore per mano della polizia di Minneapolis; la sua morte provoca l’inizio di una delle proteste più importanti dell’ultimo decennio: il ‘Black Lives Matter’. Migliaia di manifestanti decidono che è l’ora di far sentire la propria voce, in quel momento più di quanto non abbiano già fatto precedentemente, contro il razzismo istituzionalizzato, da sempre uno dei problemi più rilevanti dell’America. “Black Lives Matter” non significa che le vite dei neri sono più importanti delle altre, come si potrebbe erroneamente intuire dalla traduzione letterale le vite dei neri importano, bensì che tutte le vite, di chiunque si tratti, sono importanti allo stesso modo. Il movimento non nasce quest’anno ma è esistente già dal 2012, quando si verificarono le prime manifestazioni in seguito all’omicidio di Treyvon Martin, ragazzo di appena 17 anni ingiustamente pedinato e ucciso da un vicino perché sospettato di essere pericoloso mentre camminava per il quartiere; tuttavia, esso trova grande successo in tutto il mondo solo ora grazie all’era dei social.

Ed è proprio tramite i social che numerose celebrità hanno deciso di sfruttare la loro notorietà mostrando supporto alla causa, condividendo petizioni e donazioni e denunciando l’accaduto ai milioni di followers. Tra questi, è interessante osservare il ruolo svolto dagli atleti degli sport più seguiti che rappresentano e supportano il movimento, spesso durante gli eventi a cui prendono parte. 

Uno sport in cui questa battaglia è molto sentita è sicuramente il basket, prima fra tutte l’NBA, il cui 75% dei giocatori è afroamericano. Molte sono state le iniziative da parte dei suoi protagonisti, a partire dalla decisione comune di inginocchiarsi durante l’inno indossando la maglia ‘Black Lives Matter’, gesto presente anche in altri sport. Un gesto sicuramente non passato inosservato è quello dei Milkwaukee Bucks, che il 26 agosto hanno collettivamente dichiarato di non voler scendere in campo per protesta dopo l’ennesimo episodio di violenza, quello di Jacob Blake (29enne afroamericano colpito alla schiena da 4 dei 7 proiettili sparati durante un arresto), interrompendo il campionato per una settimana. Alcuni dei suoi atleti più popolari, insieme ad altri personaggi influenti, hanno anche lanciato un’organizzazione dal nome ‘More Than A Vote’, rappresentante della quale è attualmente LeBron James, che punta a preservare e garantire il diritto di voto dei neri e delle altre minoranze negli USA. Una decisione quasi inaspettata è stata invece presa dal cestista Jonathan Isaac, che durante le ultime partite ha deciso di non indossare la maglietta in appoggio del BLM e di non inginocchiarsi, ritenendoli gesti, per quanto significativi, momentanei e quindi vani. Sicuramente una voce fuori dal coro, ma assolutamente non l’unica.

Nella Formula 1, infatti, il movimento arriva grazie all’attuale campione del mondo Lewis Hamilton, l’unico pilota nero in griglia, che è riuscito con la sua instancabile voce a coinvolgere tutto il mondo della più seguita categoria di sport automobilistico e a cambiarlo. 

Partendo dal vertice, la FIA (Federazione Internazionale dell’Automobile) ha deciso di appoggiare il BLM e altre problematiche sociali attraverso una donazione di un milione di euro alla fondazione per la diversità “We Race As One”, che insieme al suo arcobaleno è poi diventato lo slogan del mondiale attualmente in corso. Questo impegno è stato preso anche dai singoli team tra cui risalta la Mercedes, squadra per cui corre Hamilton, che per l’occasione ha cambiato il colore della storica livrea da argento a nero. Da parte dei piloti invece il sostegno non è stato affatto uniforme; difatti, tutti hanno collettivamente deciso di indossare la maglietta ‘End Racism’ durante l’inno ma, mentre la maggior parte di essi si inginocchia, molti restano in piedi. Questo atteggiamento è stato ovviamente molto criticato ma non solo i piloti sono oggetto delle tante critiche. In diverse occasioni sono state rivolte anche all’intera organizzazione della FIA, in particolar modo quando si è scoperto che avrebbero gareggiato in Russia, Turchia e Bahrain, paesi in cui l’uguaglianza e la libertà non sono ben affermati, insinuando che la proprietà pensi solo ai soldi e non creda veramente o completamente in ciò che promuovono. 

L’ultimo episodio tra i tanti che ha diviso i fan di questo sport si è verificato al Mugello, dove nel momento della premiazione Hamilton ha deciso di indossare una maglia in onore di Breonna Taylor (altra vittima per cui il movimento si batte). Tale azione è stata molto criticata, sia dagli spettatori che dalla FIA stessa, ma ha avuto un importantissimo effetto: le ricerche online sul caso di Breonna Taylor in Italia hanno infatti registrato un netto aumento dopo questo gesto, e ciò evidenzia perfettamente quanta influenza, positiva o negativa, ha una celebrità che sceglie di usare le sue piattaforme al meglio. 

Anche in altri sport si continua a mostrare appoggio alla causa, in modi diversi e a volte creativi: nel calcio, per esempio, molti giocatori inseriscono nelle loro esultanze qualcosa che rimandi al movimento, come il pugno alzato; nel tennis la 22enne Naomi Osaka, vincitrice dello US Open, a ciascun evento ha indossato una mascherina che ogni volta riportava il nome di una delle tante vittime del razzismo.

Si può quindi dire che il supporto al movimento non sia affatto minimo ma anzi molto diffuso. Tuttavia c’è qualcuno che non è ancora soddisfatto dall’importanza che viene data al BLM attualmente e che preferirebbe che esso fosse trattato di più e meglio, con costanza e convinzione e non come se fosse l’ultimo trend. La questione non si può assolutamente considerare chiusa ma ci saranno certamente ancora tanti episodi di razzismo, ancora tante rivolte, ancora tante celebrità indignate e ancora tanto appoggio. È importante non dimenticare le ragioni per cui ci si batte e mantenere sempre alta l’attenzione.

BLACK LIVES MATTER



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