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Didattica: assenza giustificata-maggio 2020


di Riccardo Martino, UNIMORE

Cos’è la scuola? Cos’era la scuola? Cosa sarà la scuola?

Sarebbe interessante scoprire cosa ne pensa la ministra Azzolina, perché purtroppo fino ad oggi, a parte una gestione per forza (siamo sicuri?) emergenziale della situazione, poco ha detto e nulla ha fatto per farci capire dove vuole portare la martoriata istruzione italiana da qui a fine legislatura, con i dovuti scongiuri ovviamente.

Il DPCM dell’8 marzo sanciva che i dirigenti scolastici avrebbero attivato “per tutta la durata della sospensione delle attività didattiche nelle scuola, modalità di didattica a distanza”.

Un provvedimento, questo, chiaramente dovuto ma preso con le caratteristiche dell’emergenza e senza analizzare quelli che sarebbero potuti essere gli effetti sul medio-lungo periodo.

Ora, era inimmaginabile continuare a tenere chiuse le scuole senza fornire delle linee guida su come non interrompere la didattica nonostante la quarantena, aspetto ancora più chiaro oggi, con la consapevolezza che la chiusura durerà di sicuro almeno fino a fine anno scolastico. 

C’è però un dubbio che non riesco a togliermi dalla testa: che non si sia fatto e non si stia facendo abbastanza per quanto riguarda l’istruzione perché, stando così le cose, la DaD rischia di rimanere quello che è oggi: un privilegio per alcuni, non un diritto di tutti.

Sono quasi due milioni le ragazze e i ragazzi; le bambine e i bambini che non hanno accesso in maniera idonea alla Didattica a distanza. In un paese con nove milioni di studenti tra scuola primaria e secondaria, ciò vuol dire che quasi uno studente su cinque in questi due mesi di quarantena ha visto negato in vario modo l’accesso alla didattica.

In un paese come il nostro in cui il 24% delle famiglie non dispone ancora di un accesso ad internet, risulta difficile se non impossibile raggiungere tutti gli studenti. Questo non fa che aggravare le disparità delle possibilità non solo tra le famiglie più in difficoltà ed il resto del paese, ma soprattutto tra le aree interne e periferiche ed i centri. Purtroppo ciò che conta, come sempre di più ci dimostra l’attualità, è anche e soprattutto la distanza reale delle persone dalle infrastrutture.

Già analizzando il solo dato dell’accesso ad internet, la situazione risulta essere gravissima, un furto di futuro in piena regola che pagheranno e pagheremo in futuro.

Ma non finisce qui.

Il quadro dipinto dall’Istat è ancora più sinistro. 

Scorrendo velocemente: il 12,3% dei ragazzi fra i 6 ed i 17 anni non hanno un computer o un tablet in casa (470’000 nel solo Mezzogiorno) e solo il 6’1% ha un dispositivo per uso personale su cui seguire le lezioni. 

Quando si hanno i mezzi, non è però detto che ci siano gli spazi (il 41,9 % dei minori vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, mentre il 57% è costretto a condividere lo spazio dedicato allo studio con fratelli o genitori) o le conoscenze (due terzi degli studenti hanno competenze digitali basse o appena sufficienti). 

Ecco come la tanto decantata DaD trasforma la scuola in un privilegio.

Argomento complementare è quello delle piattaforme didattiche utilizzate dai professori. In un panorama governato nella sua quasi totalità dal privato, vediamo un moltiplicarsi dei servizi più o meno direttamente rivolti al “homeschooling”: Google Classroom, Microsoft Team, Classeviva, Zoom, Classmill, Edmodo e la lista continua.

Chiaramente gli elementi a favore di questo sistema ci sono; innanzitutto il più lampante: la gratuità dei servizi è troppo appetitosa per un sistema costantemente sottofinanziato quando non vittima di vere e proprie mutilazioni di budget. Inoltre la grande offerta aiuta i professori, che possono ricorrere alle piattaforme più adatte a seconda delle loro capacità digitali.

L’altra faccia della medaglia è però mortificante, perché la gratuità dei servizi su internet significa sempre e solo una cosa: vendita dei dati. E in questo caso si tratta dei dati di milioni di minorenni che vengono regalati dalle stesse scuole. La disomogeneità nella scelta delle piattaforme diventa inoltre un elemento di stress notevolissimo per gli studenti, che si ritrovano a dover fare i conti con professori che si affidano a servizi diversi con utilizzi diversi, spesso ciascuno con le sue notifiche; rendendo di fatto impossibile riuscire a “staccare” dalla scuola una volta finita la lezione, attenti come devono essere al minimo aggiornamento da parte dei docenti (attenzione costante che spesso viene incoraggiata dalla scuola, con tanti saluti per chi chiede giustamente di disincentivare questi comportamenti).

Tutto ciò pone anche una questione fondamentale per il futuro: l’incremento della dispersione scolastica, già in aumento negli anni scorsi e che rischia di segnare numeri spaventosi a fine emergenza andando a creare una vera e propria “generazione perduta” nel mondo in cui l’accesso alle opportunità dipenderà sempre di più dall’accesso alla conoscenza, e per di più una conoscenza digitale e digitalizzata.

Senza andare a scomodare altri aspetti di cui sembra si tenga sempre meno conto come il rischio della pervasività della tecnologia nelle nostre vite, l’affaticamento digitale (novello spauracchio, e a ragione, dei genitori), un distanziamento sociale che da emergenziale rischia di farsi prassi, dicevo anche senza contare l’imbarazzante silenzio su questi argomenti, è chiaro che l’Istruzione debba essere ripensata.

Dai mezzi a disposizione delle scuole, alla riduzione del digital divide, alla formazione dei professori all’uso delle nuove tecnologie e al prolungamento dell’obbligo scolastico, è chiaro quello che serve alla nostra Scuola per tornare ad essere il volano dell’emancipazione per milioni di ragazze e ragazzi. 

Due cose mancano, però: la volontà economica e la volontà politica, che della prima è derivata.

L’alternativa, però, è negare il futuro alle nuove generazioni.


Articolo scritto il 06/05/20.

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